Sulla morte senza esagerare: lo spettacolo di teatro contemporaneo è alla centesima replica di successo

Catania – Ultimo giorno in scena, oggi 11 maggio per lo spettacolo Sulla morte senza esagerare, ideazione e regia di Riccardo Pippa con la compagnia Teatro dei Gordi. Sul palco del Piccolo Teatro della Città, proprio ieri sera si è raggiunta la centesima replica di un tour che ha avuto inizio nel lontano 2016, come hanno riferito gli attori a fine serata. Nei giorni precedenti lo spettacolo è già stato apprezzato dagli spettatori siracusani, mentre gli spettatori catanesi applaudono dal 9 maggio questo omaggio alla poetessa polacca Wislawa Szymborska. Lo spettacolo affronta il tema della morte in chiave ironica e divertente, attraverso un uso non convenzionale di 10 maschere contemporanee. Infatti, gli attori in scena indossano delle maschere di carta pesta (ideazioni di Ilaria Ariemme su ispirazione dell’artista Otto Dix), la loro forza dunque, è tutta nella corporeità, nella prossemica, nei gesti. In una terra di mezzo tra terreno e ultraterreno le maschere decadenti interagiscono strappando risate al pubblico, ed anche riflessioni profonde. Protagonista la Morte, imperfetta come gli esseri umani, cerca di adempiere al suo ruolo, non senza difficoltà: i vivi la temono, la rifuggono, altri la cercano, la sfidano, la invocano e in alcuni casi il gioco è a somma zero, in altri come per alcune cattive abitudini dure a morire, vedi l’ostinato tentativo della Morte Nera ad accendersi un sigaro tra un vuoto e l’altro c’è chi vince e chi perde. La morte non può toglierci la vita vissuta, il suo potere è pur sempre limitato. Non ha gli ‘occhi per piangere’ la miserabile, eppure quelle cavità oscure messe a fuoco, con lacrime rubate, celano umana compassione. Eppure, anche la morte deve dar conto della sua operatività, il mobbing non risparmia neanche lei, la valigia pronta per l’imbarco è la notifica di licenziamento, forse verrà rimpiazzata per i troppi inadempimenti, certo è che la pandemia, i terremoti, le guerre ‘risolvono’ le pratiche più in fretta e senza alcun riguardo. Lo spettacolo tratto dalla poesia Sulla morte senza esagerare, è un monito contemporaneo che mette in discussione il noto “L’unica certezza è la morte” – infatti, osserviamo i ritardi nel suo lavoro, gli imprevisti, i tentativi maldestri, i colpi a vuoto, così anche la morte si trova in conflitto con sé stessa. Come in una gara tra pompe funebri è la sfida a chi, tra una Morte Nera e una Morte Bianca alata (che riporta all’immagine di un celerissimo Asterix che ha assunto la pozione magica) si aggiudica il corpo da privare di vita e smascherare sia materialmente che metaforicamente. Ogni morte è personalizzata e ciascuna interviene con il proprio colpo di grazia: una morte conservatrice usa il sottofondo di musica tradizionale o classica, mentre l’altra si rifà al seducente jazz brasiliano. Tra luci che si fulminano, immaginarie campane che suonano come una citazione ad Herman Hesse e a John Donne, lo spettacolo di Riccardo Pippa ci invita a guardare a noi stessi, la nostra, a volte sofferta, singolarità – come parte di un insieme. Nessun uomo è un’isola, travolti dalla “solitaria folla” alimentata dalla società della performance sempre più individualista, spesso lo dimentichiamo. Di immortale c’è una verità da tramandare: provare e usare empatia, finché siamo vivi restiamo umani. CREDITI ideazione e regia Riccardo Pippa di e con Giovanni Longhin, Andrea Panigatti Sandro Pivotti, Matteo Vitanza scene, maschere e costumi Irene Ariemme disegno luci Giuliano Bottacin cura del suono Luca De Marinis tecnico audio luci Alice Colla organizzazione Camilla Galloni distribuzione Monica Giacchetto produzione Teatro dei Gordi, Teatro Franco Parenti

Lampedusa. La cittadinanza onoraria e il parco giochi intitolato a Maria

foto La Repubblica

Lampedusa – La piccola Maria, figlia di un’immigrata della Costa d’Avorio, è nata il 31 luglio del 2021, sabato 4 maggio le è stata conferita la cittadinanza onoraria. Sull’isola non nascevano bambini dal 1970. Era il 31 luglio del 2021 quando Maria venne alla luce a Lampedusa nell’ambulatorio del punto territoriale d’emergenza: figlia di una donna di 38 anni originaria della Costa D’Avorio arrivata fin lì attraversando il deserto e il Mar Mediterraneo, la piccola fu la prima a nascere sull’isola siciliana. La bimba è stata la prima a nascere, dopo 51 anni, a Lampedusa, dove le donne non partoriscono per mancanza di una struttura sanitarie adeguata. Maria è nata infatti, nell’ambulatorio del punto territoriale d’emergenza (Pte). Rita, ivoriana di 38 anni, già madre di due figli rimasti in Costa d’Avorio, faceva parte di un gruppo di migranti salvato e sbarcato nell’isola. La donna, giunta alla fine della gestazione, è stata portata in via precauzionale al poliambulatorio. Al Pte ha iniziato il travaglio e non essendo stato possibile trasferirla in elisoccorso i sanitari hanno deciso di farla partorire lì. Ad assisterla e supportarla Maria Raimondo, infermiera di Corleone in servizio all’ambulatorio di Lampedusa, da cui la piccola ha preso il nome. Proprio per l’eccezionale evento portato buon fine, è stata conferita la cittadinanza onoraria a Maria. A deliberarlo è stato il consiglio comunale delle isole Pelagie. Inoltre, il nascente parco giochi creato in via Roma con i fondi Fami del Ministero dell’Interno, è stato intitolato alla bambina, presente anch’essa insieme ai genitori ivoriani. Il sindaco Filippo Mannino ha voluto ringraziare, durante l’inaugurazione, i prefetti Laura Lega e Maria Forte del dipartimento Libertà civili e il prefetto di Agrigento Filippo Romano “che sono sempre sensibili a tutto quello che riguarda Lampedusa”. Questo spazio giochi è stato intitolato a Maria per celebrare la sua nascita e rappresenta un simbolo di speranza e di nuova vita per la comunità, un luogo idealmente inclusivo, pensato per i ragazzi di Lampedusa, dove possono giocare e divertirsi in un ambiente accogliente e sicuro. Un luogo aperto a tutti, ma che non verrà goduto dai bambini accolti nell’hotspot di Lampedusa, giacché da lì non possono uscire. Le motivazioni della cittadinanza onoraria La cittadinanza onoraria, voluta dal sindaco delle Pelagie Filippo Mannino e deliberata dal consiglio comunale, è stata attribuita alla bimba con la seguente motivazione: “Maria è il simbolo di chi c’è l’ha fatta ma soprattutto di chi non ce l’ha fatta, di chi nutre la speranza di raggiungere un posto migliore dove mettere radici, dove vivere nella piena libertà e legalità, dove il diritto all’infanzia è una priorità. Ed è per questo che la nostra comunità è in dovere e in diritto di riconoscerle la cittadinanza onoraria, un riconoscimento alla vita, alla solidarietà, al rispetto e tutela dei diritti umani e di tutti i bambini che come Maria sono nati a Lampedusa”. Nella motivazione è stata richiamata anche la dichiarazione rilasciata dal direttore generale dell’azienda sanitaria Palermo, Daniela Faraoni: “La forza della vita che irrompe in uno scenario da incubo tra mare e sofferenza”. Nelle motivazioni è stato inoltre ricordato: “A Lampedusa non nascono bambini del posto dal 1970, complice la condizione di insularità e le scarse attrezzature medico-sanitarie. Maria fa parte di quel numero esiguo di bambini nati a Lampedusa che rappresentano l’eccezione e la speranza di chi, proprio come le loro mamme, è disposto a rischiare tutto pur di garantire un futuro, un mondo migliore ai propri figli. Raggiungere Lampedusa non è semplice, a volte la speranza di arrivarvi aiuta a non perdersi d’animo, a non rassegnarsi a una vita fatta di crudeltà e violenza. Giungere sulla terraferma per chi affronta il mare con barchini improvvisati è rischioso, molti hanno perso la vita nella traversata e il Mediterraneo è divenuto per i loro corpi una culla eterna”. Intanto, complice il bel tempo dello scorso fine settimana, gli sbarchi sono ripresi. Sono oltre settecento i migranti arrivati da Libia e Tunisia in poco più di ventiquattro ore a Lampedusa, mentre un centinaio sono giunti a Pantelleria.

Sleep Divorce – Il Divorzio Notturno: dormire in letti separati aiuta la coppia?

Nel mondo frenetico di oggi, dove il sonno è più prezioso dell’oro, alcune coppie hanno trovato una soluzione rivoluzionaria per evitare di contarsi le pecore a vicenda: lo “Sleep Divorce”. Non si tratta di una separazione legale, ma di una scelta consapevole di dormire in letti separati per garantirsi un riposo degno di Morfeo. Nella preistoria, gli esseri umani, dormivano insieme per proteggersi a vicenda dai pericoli notturni. Il buio e l’assenza di luce creavano paura e incertezza, e la vicinanza di un altro individuo durante le ore notturne forniva sicurezza e favoriva il sonno. Successivamente, le usanze si sono diversificate: contrariamente all’immagine romantica, i reali e le persone più agiate dormivano in camere separate. L’usanza di condividere il letto nasceva principalmente dalle classi meno abbienti, che non potevano permettersi un letto e/o una stanza per ogni componente della famiglia. Oggi, dormire insieme al proprio partner è una scelta condivisa, soprattutto in Italia, indipendente da motivi di sopravvivenza o fattori economici. Studi scientifici hanno dimostrato che dormire insieme migliora l’umore di entrambi i partner. Riduce il cortisolo (l’ormone dello stress) e aumenta l’ossitocina (l’ormone della felicità e dell’amore). Le giovani coppie bramano di dormire insieme: è romantico coccolarsi prima di assopirsi, inoltre, svegliarsi insieme al mattino ha un effetto positivo sulla mente e ne trae vantaggio anche la relazione sessuale, portando gioia e spensieratezza durante la giornata. I problemi si insinuano appena subentra la prole. Un neonato sconvolge i ritmi sonno – veglia dei genitori e aumentando il carico degli impegni, i conflitti nella coppia sono quasi inevitabili. Senza togliere che spesso, ci si divide nei letti con i figli: un genitore si addormenta con un figlio e così l’altro, sempreché non si ceda rassegnati a dormire (o non dormire affatto), tutti nel lettone di mamma e papà, abbandonando ogni speranza di intimità. Molti non vedono di buon occhio,  il fatto che marito e moglie non condividano il talamo nuziale e favoriscano i capricci dei figli, come se la condivisione del piumone rappresentasse la garanzia di famiglia unita. Questa tendenza, che vede le coppie optare per letti separati, non è un segnale di allarme matrimoniale, ma piuttosto un patto di non belligeranza per preservare la qualità del sonno e, di conseguenza, della vita di coppia. Si possono così, conciliare diversi ritmi di vita e rendere la convivenza più sopportabile. Si può dormire meglio, svegliarsi al mattino più riposati e, quindi, essere meno inclini ad arrabbiarsi per futili motivi per mancanza di sonno. “Sono circa 13,4 milioni gli italiani che soffrono di insonnia, secondo le ultime rilevazioni di Aims – l’Associazione italiana medicina del sonno che promuove la ricerca, la divulgazione e la formazione clinica sul sonno da più di 30 anni – ma il 46% di loro non fa nulla per risolvere il problema.” – come riporta Il Sole 24 ore qui. Un sondaggio rivela che il 31% degli americani desidererebbe questa separazione notturna, mentre un altro studio indica che un quarto delle coppie negli Stati Uniti già dorme in letti distinti. Lontano dall’essere un fenomeno di nicchia, il 45% degli intervistati da un’indagine dell’International Housewares Association afferma di abbracciare questa scelta come un atto d’amore per garantire il benessere del partner. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sono solo le coppie in crisi a cercare rifugio in camere separate. Non soltanto gli inglesi e reali britannici, ma anche celebrità come Cameron Diaz, Victoria e David Beckham decantano questa ‘pratica dei letti separati’ come segreto per un’unione felice e duratura. E se le stelle di Hollywood e i reali britannici hanno dato il loro benestare, chi siamo noi per dissentire? Alcuni sostengono addirittura, che la separazione notturna possa ravvivare la passione, poiché la distanza fa crescere il desiderio. Ma attenzione, lo Sleep Divorce non è una panacea. Può sembrare una minaccia o al contrario, un elisir per rinnovare la passione, comunque gli studi dimostrano, che un buon sonno può effettivamente migliorare le relazioni. Tuttavia, gli effetti positivi si manifestano solo se il rapporto è già solido e felice. Dunque, se il vostro partner trasforma il letto in un campo di battaglia, considerate l’opzione di una tregua notturna. Potreste scoprire che l’amore non ha bisogno di condividere lo stesso materasso per prosperare. Del resto “in amore e in guerra tutto è lecito…” l’importante è dormire! Il diritto al sonno tranquillo è sacrosanto per tutti.

Evento Europe Direct in Sicilia: studenti delle scuole di Catania, Palermo, Trapani e Licata hanno dialogato con gli europarlamentari e le istituzioni europee in vista delle elezioni di giugno

“Per un’Europa più consapevole”: un evento riuscito quello dei 3 centri Europe Direct siciliani (Catania, Palermo e Trapani) che hanno messo in comunicazione, simultaneamente, gli studenti di scuole di diverse province con gli europarlamentari, affinché potessero rivolgere loro domande sui grandi temi europei. L’iniziativa, perfettamente riuscita, ha avuto luogo mercoledì 24 aprile 2024 in 3 istituti scolastici: l’ITI “G. Ferraris” di San Giovanni La Punta (Catania), l’IS “Einaudi Pareto” di Palermo e l’ITT “G.B. Amico” di Trapani; a questi si sono aggiunti in collegamento l’IPSIA Monteleone di Trapani e il Liceo “V. Linares” di Licata (Agrigento). Durante l’evento, moderato dal giornalista di JO Group Alberto Molino, i giovani “first voters” hanno dialogato con le istituzioni e gli eurodeputati chiamati a partecipare: Pietro Bartolo, Annalisa Tardino, Raffaele Stancanelli e Caterina Chinnici. Presenti anche Alfredo Alagna Consulente del Parlamento Europeo e i due funzionari Carlo Corazza, Direttore dell’Ufficio del Parlamento Europeo in Italia, e Luca Pierantoni, Capo Team Affari Politici Rappresentanza in Italia Commissione Europea. I tre Europe Direct siciliani, per i quali erano presenti Giovanni Carbonaro (EDCT), Domenico Caeti (EDPA) e Marta Ferrantelli (EDTP), prima dell’evento avevano preparato e inviato del materiale didattico alle scuole, grazie al quale gli studenti hanno potuto approfondire alcune tematiche europee (come la gestione delle crisi, il Green Deal, la competitività industriale, ecc.), oggetto delle domande agli eurodeputati. A conclusione del dibattito con le istituzioni europee, a cui hanno partecipato anche alcuni docenti e l’ex preside dell’istituto d’istruzione superiore Marconi – Mangano di Catania Egidio Pagano, quale componente dello Steering Committee dello Europe Direct Catania, gli studenti hanno avuto anche la possibilità di conoscere le opportunità offerte oggi dall’Unione Europea e di entrare in contatto con l’associazione Erasmus Student Network (ESN) Catania, per la quale ha relazionato Gaia Trapani. Per il 2024 e prima delle prossime elezioni europee di giugno, si è trattato probabilmente del più grande evento Europe Direct organizzato in Sicilia, reso possibile grazie allo sforzo sinergico profuso dai 3 centri della Commissione Europea. È stata anche una bella occasione di cittadinanza attiva e un esempio di democrazia partecipativa. I 3 centri Europe Direct siciliani ringraziano gli istituti scolastici per l’ospitalità e tutti coloro che hanno reso possibile questa entusiasmante iniziativa.

“I tre appuntamenti” di Antonio Borsa: un viaggio alla ricerca del sentimento autentico

Nasconde il paradigma pirandelliano il libro scritto da Antonio Borsa: “I tre appuntamenti” edito da La Bussola 2024. Il titolo del libro, la cui narrazione si snoda attorno a Dorian il protagonista, che in un momento di particolare staticità e mancanza di entusiasmo, conosce e frequenta persone nuove, è già preludio della trama e del ‘sempreverde’ conflitto tra come ci si sente, come ci vedono gli altri e ciò che la società si aspetta da ciascuno di noi. Gli appuntamenti non sono solo incontri romantici, ma momenti di verità con sé stessi, con gli altri e con la società. Il romanzo è un viaggio emotivo condotto attraverso le complessità delle relazioni umane, alla ricerca dell’amore autentico. “Lo sfogo serale che cancella ogni mio pensiero malefico, inutile dirlo, è la boxe. Menomale che esiste la boxe!” Dorian oltre allo sfogo dello sport (pratica la boxe),  ha diversi amici, colleghi universitari che ruotano intorno alla sua vita, eppure non di rado si sente solo, incompreso e con l’ossessione per una storia che non è andata come avrebbe sperato. In un mondo che sembra aver perso il senso della compassione e dell’accettazione, Dorian riesce comunque ad oltrepassare la paura del rifiuto, con resilienza Antonio Borsa riesce a descrivere una prospettiva matura e riflessiva sulle dinamiche relazionali. “In quel momento, Dorian comprese che l’amore non era una gabbia, né una catena da portare. Era un vento leggero che poteva sollevare le ali dell’anima, un soffio delicato capace di trasformare il piombo del dolore in oro di saggezza. L’amore vero non chiedeva di essere rinchiuso, ma di essere liberato, per poter volare alto e toccare il cielo dell’empatia e della comprensione. E fu così che, tra le pagine di un vecchio diario e gli sguardi di chi aveva imparato ad amare senza possedere, Dorian trovò la chiave per aprire la porta del suo cuore al mondo.”   Il messaggio del romanzo risiede nella forza di difesa dei valori universali, nella capacità di Antonio Borsa di affrontare questioni sociali urgenti come la violenza di genere e i pregiudizi, senza mai scadere nel didascalico, perché l’amore non possiede, non soffoca, ma libera e sostiene. Dorian, pur ossessionato dall’amore non corrisposto, impara a rispettare la libertà della persona amata, un insegnamento prezioso in un’epoca segnata da troppi atti di violenza in nome dell’amore. “e se mi farò male?” “Avrai vissuto – conclude – e vivere è l’unica cosa che conta. Hai idea di quanta gente sopravvive in questo mondo senza mai andare oltre le proprie paure? Quelli sono morti che camminano, quindi vivi…” “I tre appuntamenti” è anche un inno all’amicizia e all’empatia. La diversità socio-culturale tra Dorian e i suoi nuovi amici diventa un ponte e non un muro, dimostrando che la generosità e la purezza del cuore possono superare ogni barriera. “Se non ce la fai a studiare non preoccuparti, prenditi il tuo tempo che l’Università non scappa. Ma devi promettermi che farai di tutto per riprenderti”. In conclusione, il romanzo di Antonio Borsa è un’opera molto scorrevole, che colpisce per la sua spontanea sincerità. I dialoghi realistici avvicinano il lettore, che può soltanto apprezzare l’invito a riflettere su temi di grande attualità, incluso il tema della corsa alla produttività per rientrare nei tempi voluti dalla società, con l’ansia di essere ‘fuori corso’ con gli studi. Dunque, sono tanti i temi essenziali, che il romanzo tratta con delicata semplicità, occorrerebbe diffondere il messaggio più importante di tutti, per costruire un mondo più giusto e compassionevole: ognuno a suo modo e con i suoi tempi è unico e speciale, l’umanità è diversità e ricchezza.

Guerre e migrazioni. Da Lampedusa alle altre terre di confine del mondo

  Le terre di confine del mondo sono testimoni silenziose di storie umane intricate e complesse. Da Lampedusa, l’isola italiana nel Mediterraneo che ha visto affluire migliaia di migranti nel corso degli anni, alle frontiere terrestri del Messico e degli Stati Uniti, passando per i deserti del Sahara e le montagne dell’Asia centrale, le guerre e le crisi socio-politiche hanno spinto milioni di persone a cercare rifugio altrove. Queste migrazioni sono caratterizzate da un’estrema vulnerabilità, con famiglie costrette ad abbandonare le proprie case e le proprie comunità per cercare rifugio in luoghi lontani e sconosciuti. “Il mediterraneo è quell’onda che non smette mai…” canta Edoardo Bennato, in una delle sue canzoni, e quell’onda che si replica infinitamente chissà quante storie e preghiere ci potrebbe riferire. Occorrerebbe intervistare il mare, per restituire la voce a una moltitudine di gente dispersa e disperata. Lampedusa, con la sua posizione geografica strategica, è diventata un punto di arrivo cruciale per i migranti che attraversano il Mediterraneo in cerca di sicurezza e opportunità. Attraverso percorsi marittimi pericolosi, come il Mar Mediterraneo centrale, molti migranti cercano di raggiungere l’isola e da lì sperare in un futuro migliore in Europa. Tuttavia, questi viaggi sono spesso caratterizzati da rischi enormi e molti migranti affrontano difficoltà e pericoli lungo il cammino. Le imbarcazioni sovraffollate che giungono sulle sue coste portano con sé persone provenienti principalmente dalle regioni del Nord Africa e del Medio Oriente, fuggite da conflitti armati, persecuzioni politiche ed economiche disperate. La gestione dell’accoglienza dei migranti a Lampedusa è continuamente oggetto di dibattito e controversie. La presenza di un grande numero di migranti ha portato con sé una serie di sfide e problematiche, sia per la comunità locale che per i migranti stessi. Il sovraffollamento nei centri di accoglienza, le difficoltà nel garantire servizi sanitari e sociali adeguati, e le tensioni tra i residenti e i nuovi arrivati sono solo alcune delle questioni affrontate quotidianamente. Inoltre, la criminalità organizzata e lo sfruttamento dei migranti da parte di trafficanti senza scrupoli rappresentano una minaccia costante per la sicurezza e il benessere di tutti. Tuttavia, molte organizzazioni non governative e volontari si sono mobilitati per fornire assistenza umanitaria e supporto ai migranti, dimostrando un forte senso di solidarietà e impegno verso coloro che sono in difficoltà. Nonostante le difficoltà incontrate, i migranti che arrivano a Lampedusa portano con sé speranze e aspirazioni per un futuro migliore. Sognano di trovare lavoro, istruzione e sicurezza per sé e per le loro famiglie, e sono pronti a lottare per difendere i propri diritti e la propria dignità. La resilienza e la determinazione dimostrate dai migranti sono una testimonianza del potere dell’umanità di fronte alle avversità. Da un lato, l’isola deve affrontare un sovraccarico delle sue risorse, come infrastrutture e servizi pubblici, a causa dell’alto numero di migranti che arrivano in un periodo di tempo limitato. Dall’altro lato, l’aspetto umanitario e sociale richiede la gestione di questioni delicate, come la tutela della dignità e dei diritti dei migranti, la prevenzione dello sfruttamento e l’integrazione nella società locale. Inoltre, la sfida principale è trovare soluzioni sostenibili e condivise a livello europeo per affrontare l’emergenza migratoria e promuovere una gestione più equa ed efficace dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti. Dietro ogni cifra e statistica ci sono storie di vita vissuta, di coraggio e resilienza. Ci sono storie di famiglie divise e riunite, di individui che lottano per garantire un futuro migliore per i propri figli, di comunità che si stringono insieme per affrontare le avversità. Queste storie ci ricordano la nostra comune umanità e la forza dello spirito umano di fronte alle sfide più grandi. I migranti hanno diritto a essere trattati con dignità e rispetto, indipendentemente dal loro status legale o dalla loro provenienza. Tuttavia, il rispetto di tali diritti è spesso compromesso da politiche migratorie restrittive, discriminazione e xenofobia. Garantire i diritti dei migranti è una sfida continua che richiede un impegno globale per promuovere la giustizia sociale e l’uguaglianza per tutti. In questo contesto, è doveroso ricordare Cristiana Matano, giornalista di riconosciuta capacità e sensibilità, che ha tenuto viva l’attenzione del mondo della cultura, del giornalismo e dello spettacolo verso i luoghi di confine del mondo, teatri di umanità e di terribili violenze. Il suo lavoro ha contribuito a dare voce a coloro che, spesso rimangono inascoltati, a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle sfide e le ingiustizie affrontate dai migranti in tutto il mondo. Le terre di confine del mondo sono luoghi di incontro e di scontro, di divisione e di connessione. Sono luoghi dove le differenze culturali e politiche si fondono e si scontrano, dove le sfide globali trovano espressione locale e dove le speranze e i sogni di milioni di persone si incrociano. Ma, soprattutto, sono luoghi dove le storie di vita e di lotta continuano a essere scritte ogni giorno, nella speranza di un mondo più giusto e solidale per tutti. In conclusione, tra le tante proteste,  questi versi di denuncia con l’invocazione di una soluzione urgente e soprattutto umana Rifugiati – Rifiutati “Non è la vostra pelle quella sulla griglia. Campi profughi irrigati con la prigione o ingoiati dalla vita alla ricerca di una riva. Senza nome in fondo al mare. I pianti dei bambini senza riposo. Stipati come cose non hanno più casa né Paese. La de-umanizzazione è la nostra nazione. Tu non li guardare Scansa i corpi quando vai al mare. Siamo tutti morti, non c’è che fare. Dentro o fuori dall’acqua… Rifugiati Rifiutati Una volta risorse, oggi solo comparse di una politica incastrata nello stesso discorso. È una pellicola ingiallita di un’usanza mai finita. Noi siamo noi Voi siete un sacco: nero.

Il triangolo pirandelliano più pulp, sul palco con “Maurizio IV”

Catania – è andato in scena lo spettacolo “Maurizio IV” di Edoardo Erba, al Teatro Vitaliano Brancati. Il genio pirandelliano abbraccia, ancora una volta la platea, grazie alla regia di Federico Magnano San Lio e all’interpretazione degli attori Emanuele Puglia e Cosimo Coltraro, e lo fa in modo nuovo. È un “nuovo Pirandello, ma è sempre Pirandello”. Un Pirandello “pulp”, ma al tempo stesso spassoso. Il titolo sembra apparentemente una burla, badate bene a non sottovalutare il pericolo, non tutto è come sembra. C’è un lavoro demiurgico molto complesso e indiscutibilmente apprezzato, in questo spettacolo. Emanuele Puglia è Maurizio, un regista che deve allestire il palco (il metateatro pirandelliano) per lo spettacolo Il giuoco delle parti , attende l’intervento di una squadra di tecnici per il montaggio delle luci. Entra in scena un millantato elettricista Cosimo Coltraro, un siciliano facilone che si fa chiamare Carmine. “Con la luce raccontiamo il personaggio” L’interpretazione della coppia di attori è talmente affiatata, che la distinzione tra volto e maschera, tra persona e personaggio è impercettibile, tanto sembra cucita su misura per loro. La sceneggiatura de Il giuoco delle parti viene messa in discussione dalle osservazioni critiche di Carmine e accade che i ruoli si invertono, donando alla nuova narrazione un respiro più contemporaneo, ben nutrito di stereotipi messi in ridicolo da una sottile ironia, proprio per non restarne invischiati. Nel tipico intreccio amoroso, la questione pirandelliana si manifesta attraverso un’introspezione profonda dei personaggi, che diventano osservatori attenti del teatro dell’esistenza. Questa dinamica ribalta le circostanze e scambia i ruoli, sovrapponendo alla sofferenza una patina di umorismo che, anziché celarla, ne accentua e sottolinea l’intensità. Manca sul palco una figura femminile, la figura di Silia protagonista dell’opera pirandelliana, che come per la teoria della Gestalt si percepisce nella sua totalità seppur assente. Tra luci e ombre, ‘vediamo’ la donna scrutarsi allo specchio e Silia stessa «si vede vivere» fin quasi all’alienazione: «Questo maledetto specchio, che sono gli occhi degli altri, e i nostri stessi, quando non ci servono per guardare gli altri, ma per vederci, come si conviene vivere… come dobbiamo vivere… lo non ne posso più!» – recita il regista Maurizio, in tutto il suo “peso specifico”. Tutto – dall’inizio alla fine – ruota attorno alla donna, configurando un rapporto a tre che è sia quello della sceneggiatura pirandelliana, ma anche tra Uno, nessuno e centomila e l’irrisolvibile doppio dilemma tra apparenza e realtà. La storia si articola in segmenti spezzati, che esplorano un abisso, una crisi dell’essere. Si è di fronte alla scelta tra l’essere partecipi della vita o semplici spettatori. Tra l’agire o il pensare. E in questo caso, si predilige il pensare, con una propensione che si trasforma in abitudine; non solo la realtà si percepisce come un’illusione, ma anche la vita stessa si svela come qualcosa di intrinsecamente inattuabile. I riferimenti alle relazioni sessuali, al Bsdm, all’impotenza maschile e ai matrimoni di facciata, mettono in risalto le criticità di una coppia; l’io maschile si forma continuamente sotto lo sguardo e i giudizi degli spettatori, una smentita continua a una richiesta di superomismo e di virilità, aprendo parentesi all’inclusività di genere, battute audaci che sembrano sfiorare la volgarità, ma come recita ammiccante Carmine: “…al pubblico la volgarità piace”. Eppure, in tutto lo spettacolo di volgare non c’è nulla, a parte la verità. Quest’ultima sì, che può essere oltraggiosa. Se Pirandello fosse un cuckold, la sua amata sposa sarebbe la sua opera teatrale, mentre il bull è tra il pubblico, nella critica che spesso lo ha messo in crisi. I due atti dello spettacolo sono intervallati da spot confusionali, improvvisi corto circuiti sospendono apparentemente per un istante Maurizio, che scende agli inferi chiamato dai ricordi pressanti di un trauma ancora misterioso. Un triangolo di luci violette domina sul fermo immagine, mentre voci confuse di sottofondo incuriosiscono il pubblico. “C’è sempre un filo…” C’ è sempre un filo che sia di continuità, elettrico o di follia, l’intervento del fantomatico elettricista diventa metaforicamente illuminante, avviene lo smascheramento pirandelliano: la verità entra in scena e le cose non saranno più le stesse. A scatenare una crisi, terribile e irreversibile, di identità è ancora una volta il triangolo amoroso, l’assenza di una donna evanescente e fedifraga, Maurizio è messo in ridicolo come in Suo marito,  impazzito, come l’ Enrico IV , entrambe opere del genio di Girgenti, questo è sufficiente a rinnovare il dolore e risolvere urgentemente con la vendetta.

Il premio letterario BookTubeItalia: Martina Asero e il riconoscimento del lavoro intellettuale

Con la prima tappa del Tour del Premio Strega 2024 a Catania, la nostra città si conferma – per il secondo anno – grazie al Catania Book Festival, una città che accoglie e aderisce con entusiasmo agli eventi culturali. Solo il 39% degli italiani legge libri e la maggior parte dei lettori ha meno di 24 anni.  Se da un lato al Sud la percentuale dei lettori è ancora più bassa, è vero però che questa percentuale è costituita da un target di giovani e giovanissimi, che legge tanto e desidera confrontarsi sui social, come in presenza, in merito ai messaggi culturali assimilati dalla lettura. La voglia di confronto e condivisione si evince dai dati, ma senza scendere troppo nei dettagli, basta vedere quanto il fenomeno abbia preso piede sui social, ormai da anni, digitando il tag #booktok, bookstagram, Booktube… e tutti gli altri hashtag affini. Che si tratti di Ebook, Audiolibri o il tradizionale libro cartaceo, sui social, giovani e meno giovani si prodigano in un tam tam per suggerirsi nuove letture, aprire dibattiti, recensire, creare vere e proprie comunità, che sempre più spesso trovano ospitalità in libreria, in una presentazione, o un evento di bookclub un confronto di presenza. Non sono poche le librerie, che contattano ‘influencer’ per avvicinare i ragazzi invogliandoli alla lettura e all’acquisto dei libri. Durante la prima tappa del Tour dello Strega, che si è svolto a Catania il 20 aprile scorso, presso il Monastero dei Benedettini – Facoltà di Lettere, abbiamo incontrato Martina Asero scrittrice e content creator su YouTube, noi di Gaglioweb.it ci siamo confrontati con lei sul tema culturale, ve la presentiamo con questa intervista.   Chi è Martina Asero? Sono una persona a cui interessano molte cose. Sono un’autrice; i miei libri sono pubblicati da vari editori, fra cui due siciliani: Nous, per cui è uscito il romanzo breve “Quello che resta” e Villaggio Maori, con cui pubblico proprio nel 2024 una “Biografia non convenzionale di Goliarda Sapienza”. Tengo workshop di scrittura online e in presenza, e realizzo contenuti sui libri per il mio canale YouTube Ima AndtheBooks. Inoltre sono un’insegnante di Lettere della scuola media e gestisco con mio marito Salvo un centro di formazione artistica a Misterbianco, in cui ci occupiamo di danza, recitazione, musica e scrittura creativa. Quando hai iniziato, aprendo il tuo canale youtube, a fare la booktuber? Ho iniziato nel 2016. All’epoca c’erano già alcuni canali che avevano aperto la strada per questa forma di comunicazione e BookTube costituiva l’unica forma video per parlare di libri online. Ho iniziato per condividere una passione, ma con il tempo il canale è diventato una parte fondamentale della mia vita. Il salone del libro di Torino XXXVI edizione: Instagram sì, Booktuber no. Puoi spiegarci la situazione? Quest’anno nell’elenco dei Content Creator – a cui spetta l’accredito per l’accesso al SalTo – YouTube non è stato inserito. Può beneficiare del pass chi possiede un profilo Instagram da almeno 5k iscritti o un profilo TikTok da 10k. (Abbiamo riscontrato i criteri su esposti, leggendoli qui) Il problema non è il criterio in sé, quanto l’esclusione di una fetta importante di content creator con community consolidate, persone che da anni divulgano gratuitamente contenuti culturali e contribuiscono in modo significativo a far conoscere e circolare libri. I contenuti degli altri social sono brevi e temporanei; una videorecensione su YouTube ha un lavoro di ricerca dietro e rimane su un canale per sempre, costituendo materiale consultabile in qualsiasi momento. La nostra community produce un archivio culturale stabile, per questo è imbarazzante che la nostra realtà sia stata ignorata. Quanto è importante fare rete in un mondo sempre più virtuale e digitale, e dunque la presenza delle community al SalTO quali vantaggi apporterebbe? I social sono i principali mezzi di informazione a cui sempre più spesso lettori e lettrici ricorrono per rintracciare suggerimenti di lettura. Credo che la nostra presenza sia imprescindibile, senza contare che è una forma di pubblicità importante per le case editrici. Noi, come community di BookTube, siamo consapevoli del nostro ruolo e del valore di fare rete, per questo abbiamo inaugurato nel 2024 il primo premio della community di BookTubeItalia, che punta a valorizzare autori e autrici nazionali attraverso un riconoscimento che verrà conferito nel mese di novembre, e che ci afferma come realtà culturale compatta e collaborante. Come nasce la prima edizione del premio letterario BookTubeItalia? Il premio letterario BookTubeItalia (Premio BTI) nasce da un’idea della community di BookTubeItalia con l’obiettivo di offrire un riconoscimento a libri pubblicati da autrici e autori italiani. La community è una realtà consolidata da anni nel panorama italiano e costituisce un punto di riferimento per migliaia di lettrici e lettori in cerca di poli culturali digitali in cui fare della lettura un momento non solo di arricchimento personale, ma anche di condivisione. A questa prima edizione del premio aderiscono trenta canali Youtube, che si riuniscono per contribuire al riconoscimento di libri significativi della nostra contemporaneità e definire la propria presenza in modo sempre più netto e coeso. Il premio consta di tre fasi. Nella fase iniziale sono stati individuati i libri candidati, 14 testi italiani pubblicati nel 2023. Il 31 luglio un Comitato di lettura, composto da cinque canali aderenti all’iniziativa, comunicherà i tre finalisti, che verranno poi letti da tutti i partecipanti al fine di individuare un libro vincitore a cui verrà conferito il premio nel mese di novembre 2024. YouTube è una piattaforma web di pubblicazione e condivisione di video, fondata il 14 febbraio 2005 e acquisita da Google l’anno successivo, è il secondo sito web più visitato al mondo, subito dopo Google. La situazione che si è venuta a creare riguardo i pass gratuiti al Salone di Torino, ha l’amaro sapore della discriminazione, non tanto riguardo le piattaforme di appartenenza dei content creator, quanto una discriminazione verso chi svolge un lavoro intellettuale, il che rende la situazione al limite del paradosso. Il Salone Internazionale del Libro che si tiene dal 1988 è – come recita il copy – “la più importante

“La felicità” è il ’68 a Catania. La commedia straziante di Nicola Alberto Orofino

Catania – È andato in scena il 20 e il 21 aprile scorso lo spettacolo “La felicità” al Teatro del Canovaccio. Una produzione dell’associazione culturale Madè assistita dalla magistrale regia di Nicola Alberto Orofino, che insieme alle autrici – attrici Roberta Amato e Giorgia Boscarino ha messo in scena, per la prima volta nella nostra città, uno spettacolo realizzato nell’ambito del “Roma Fringe Festival 2019”. È il 1968, nella cornice di una stanza spoglia si recita il dipinto di una città dalla memoria brancatiana, con la via Etnea che pullula di bella gente a passeggio, che degusta granite, entra nelle fiorenti attività commerciali, una città che con il boom economico “cresce, si allarga, s’allonga, si stira, come un pane in pasta …”, tre donne siedono a farsi compagnia, ciascuna intenta in un’attività connotativa. “Mio marito non mi fa mancare niente…” – l’intercalare, recitato come fosse uno slogan delle tante reclame che durante l’opera vengono riportate alla memoria. Tre donne in scena, tre donne a cui non manca nulla, a parte la felicità. Il regista Nicola Alberto Orofino intreccia con maestria queste tre storie, così i soliloqui delle tre donne escono dalla dimensione spazio-temporale e dal carosello di una tv sempre accesa, per catapultare lo spettatore nell’immaginario periodo storico, con il refrain di una filastrocca che scandisce i giorni fotocopia, che di fatto è di straziante attualità. La quarta parete non c’è, il palcoscenico dove le attrici Roberta Amato, Giorgia Boscarino e Luana Toscano incarnano le vite quotidiane delle donne siciliane, ciascuna alle prese con “i suvvizza” e le camicie del marito da stirare, configura un “gruppo di ascolto” allargato, coinvolgendo il pubblico tra una risata e l’altra a trovare una definizione alla subliminale domanda: Cos’è la felicità? Qui si analizza, con molta schiettezza, la figura della donna nella società italiana. E lo si fa, facendo parlare proprio le donne. Inoltre, nel testo c’è una palese rivelazione di un passato che non è affatto passato, sebbene ambientato nell’Italia degli anni sessanta-settanta. La condizione della donna, la violenza verbale o psicologica che incombe, le aspettative della società che reclama la responsabilità della “regina della casa” nel sapersi tenere un marito, allevare i figli, tenere il focolare in ordine e attendere solerti nella gabbia dorata, attendere che la felicità faccia capolino. E un’implicita domanda sembra farsi strada, nel corso dello spettacolo: la società italiana è davvero cambiata e migliorata nei confronti delle donne, rispetto a ieri? Roberta Amato, moglie di Tano un marito che si spacca la schiena e non c’è mai, ‘fimmina di casa’ recita in dialetto in modo superlativo, disarmante, incarna la casalinga tradizionale, intenta a mondare i fagiolini per la cena, sciorina tra soddisfazione e amarezza la lista degli agi riservati alla sua condizione di moglie. Sono le cose a restituirle la misura della felicità: il corredo della Paoletti, l’iris la mattina, le calze di nylon, la carne Montana, la dispensa sempre piena, il capezzale della Madonna sopra il letto… Una vita consumata dentro una gabbia dorata… bisogna crearsi delle belle JAGGIE, comu l’acidduzzi, accoglienti, con i trespoli e la scagghiola, piccole jaggie dove ritornare, sempre. Sembra felice nella sua prigione, lei che ha avuto tanta premura nel soddisfare ‘certe curiosità’, per restarne delusa, giacché non è ancora gravida. La bionda Giorgia Boscarino, moglie dell’imprenditore edile Giacomo (anche lui sempre assente), legge con riserbo una rivista, assimilando con mente critica i principi dei collettivi femministi. La sua interpretazione è vocata alla ricerca di una consapevolezza e un’autenticità da troppo tempo soffocata dai dettami della società, quella società che vede la donna lavoratrice come una ‘poco di buono’ e che ostacola ancora il ricorso all’aborto. Luana Toscano sgrana un rosario e commuove il pubblico. Interpreta la zia di Giacomo, accolta nella casa della coppia giacché è stata per l’imprenditore una madre adottiva. Incarna il sacrificio della maternità, con la devozione verso un bimbo di cui le è stato dato carico da quando lei stessa aveva appena 10 anni, molti sacrifici e poca gratitudine di ritorno la dipingono zitella e bigotta. Attraverso le storie personali delle tre protagoniste, lo spettacolo mette in luce il contrasto tra la felicità data dal soddisfacimento dei bisogni materiali e quella emotiva, evidenziando la necessità di confronto urgente, anche perché i mariti sono sempre assenti, e come, nonostante i cambiamenti sociali ed economici, la ricerca della felicità rimanga una costante nella vita umana. “La felicità” è un ospite atteso di cui non si conosce l’aspetto; è una mancanza subdola nella nutrita lista del corredo di nozze, tra elettrodomestici, gioielli e suppellettili; è l’attesa infinita di capire cosa sia. Eppure, il messaggio delle autrici- attrici è chiaro e forte, quasi straziante, nonostante la vicenda sia spassosa: la felicità è qualcosa che abbiamo perso nel corso del tempo? O è qualcosa che ancora ci sfugge, nonostante il progresso? Drammaturgia di Roberta Amato e Giorgia Boscarino con Roberta Amato, Giorgia Boscarino, Luana Toscano regia Nicola Alberto Orofino costumi e Vincenzo la Mendola assistente alla regia Gabriella Caltabiano comunicazione e Media Stefania Bonanno progetto Grafico Maria Grazia Marano coordinamento Filippo Trepepi produzione associazione culturale Madè

Benessere organizzativo: non solo due parole! – Mobbing, straining, stalking, violenza morale, fisica e di genere

Catania – Si è tenuto ieri, presso il Centro Congressuale- Fieristico “Le Ciminiere” il seminario di studi per il benessere organizzativo del personale dipendente e degli utenti finali. A moderare i diversi panel Salvatore Acciardi – giornalista e Consigliere di Fiducia INPS – Regione Toscana. L’incontro è stato inserito all’interno della formazione continua, nell’ambito dei Consiglieri di fiducia, con la partecipazione dei partner delle aziende private e pubbliche che hanno aderito, per raggiungere l’obiettivo di confrontarsi e concretizzare un lavoro, iniziato già negli anni ’90 con le prime normative europee, per il benessere organizzativo. Il benessere dei dipendenti, uomini e donne, è una componente fondamentale in tutte le organizzazioni e per prosperare un Ente, un’Azienda deve anche prendersi cura del proprio personale, dei propri utenti e dell’ecosistema in cui opera. Identificare iniziative di responsabilità sociale, con modalità e azioni concrete da intraprendere verso una reale parità di genere, di benessere organizzativo e di sostenibilità sociale – questo lo scopo del seminario – così circa 20 relatori si sono avvicendati nell’esporre le realtà aziendali che rappresentano. Al centro del dibattito la figura del Consigliere di Fiducia con le azioni e i questionari svolti per indagare il livello di benessere organizzativo dei dipendenti, ma anche degli utenti finali e delle azioni correttive da attuare per migliorare le situazioni o risolvere controversie. Nel 2018 l’Inps ha adottato il cosiddetto “Codice di Condotta” per la tutela psicofisica delle lavoratrici e dei lavoratori dell’Istituto, valido per tutto il personale. Il Codice di Condotta serve a garantire un ambiente di lavoro improntato al Benessere organizzativo, quello stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Rilevare, contrastare, ed eliminare ogni forma di violenza morale o psicofisica all’interno della dimensione lavorativa, eliminare condizioni di stress correlato, per la tutela della salute del lavoratore – questa la mission insita nelle parole Benessere organizzativo. “I temi della parità si traducono in quelli che sono i comportamenti agiti, comportamenti concreti” – dichiara Diana Artuso – Dirigente INAIL Essendo un tema complesso, quello del benessere organizzativo, non possono essere date risposte semplici e univoche. Bisogna andare oltre le apparenze che mostrano i dati di indagine. Nelle analisi dei risultati, uno tra i tanti risultati che sembra essere paradossale è quello che riguarda le donne e la percentuale di soddisfazione del benessere organizzativo: le donne sono quelle più soddisfatte. Eppure, la situazione di Gender gap, il fenomeno del “Soffitto di Cristallo” e tutte le problematiche che affrontano le donne nell’ambito lavorativo denuncerebbe il contrario, ma questa soddisfazione è dettata dal fatto che le donne partono da una situazione di ‘sottostima’ delle aspettative lavorative. Il professor Pietro Sciortino – Avvocato giuslavorista, ha fatto riferimento al Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro, al Decreto legislativo 81 del 2008, parlando anche dell’art. 2087 del Codice civile per affermare che non esiste la definizione giuridica del benessere organizzativo. Si parla di salute e sicurezza sul lavoro, perché vengono considerati i parametri e i presupposti attraverso cui si esplica il benessere organizzativo. Il fatto che manchi la definizione, vuol dire che manca la fattispecie giuridica, quindi la definizione si evince attraverso una interpretazione teleologica delle norme che sono contenute sul Testo Unico e nel Codice civile. Nel 1927 Elton Mayo ha contestato i risultati di Frederick Taylor del 1911, mentre Taylor si concentrava sulla massimizzazione della produttività attraverso l’efficienza e la retribuzione basata sul rendimento, Mayo ha sottolineato l’importanza del contesto sociale e relazionale del lavoro. Secondo Mayo, i fattori psicologici e umani avevano un impatto significativo sul comportamento e sulla produttività dei lavoratori, come dimostrato dagli esperimenti di Hawthorne. Questi esperimenti hanno rivelato che il miglioramento delle prestazioni dei lavoratori era dovuto non tanto alle condizioni fisiche del lavoro, quanto al fatto che i lavoratori sapevano di essere osservati. Di conseguenza, Mayo ha proposto un approccio più olistico alla gestione del personale, che considerasse le esigenze e il benessere dei lavoratori oltre alla semplice retribuzione. Lo psicologo Mayo con “La scuola delle risorse umane” ha inciso sul benessere organizzativo e come affermato dalla Dirigente Artuso: ci ritroviamo dopo un giro immenso di sperimentazione su benessere e produttività ad abbracciare un concetto che risale ad un secolo fa, un concetto che resta attuale e necessario. Il lavoratore e le lavoratrici devono essere al centro delle indagini. I bisogni dei lavoratori devono essere ascoltati. I dipendenti devono essere messi in condizioni di poter lavorare serenamente e conciliare le proprie esigenze di vita, senza temere ritorsioni alcune. Il lavoro si deve adattare alle persone, in base ai talenti, alle competenze, alle esigenze di famiglia, alle situazioni di disabilità ecc. Una rete di consiglieri di fiducia, del Comitato Unico Garanzia (CUG) ha così realizzato una mattinata di confronto, anche tra le varie Istituzioni, per capire le azioni da intraprendere, insieme, a favore di un cambiamento che si tradurrà in maggior benessere organizzativo, con un impattante incremento sull’economia e anche sulla natalità. La legge 125/2022 prevede la “Certificazione della parità”, attraverso audit e linee guida vengono intraprese azioni di monitoraggio, azioni correttive, volte a migliorare il piano operativo per la parità di genere ed anche nel contrastare il problema sociale del femminicidio. Tommaso Gioietta Psicologo e Psicoterapeuta, Consigliere di Fiducia della Regione Siciliana al Dipartimento Funzione Pubblica, ha messo in evidenza l’importanza di adottare una linea unica nell’applicare strumenti operativi, come laboratori pratici e di ascolto, un ascolto che deve essere empatico, un dettaglio – quello dell’empatia- che molto spesso viene sottovalutato e che andrebbe monitorato. Nella somministrazione di questionari volta all’indagine sul benessere organizzativo, molto spesso le amministrazioni non hanno chiaro l’iter di procedura o gli organismi a cui fare riferimento. In molte realtà c’è ancora confusione su come rilevare le criticità e l’indagine essendo realizzata in autonomia e a costo zero, è un compito che si aggiunge al carico di lavoro degli impiegati. In conclusione, il sottotitolo del seminario: “non solo due parole!” è stato rispettato. Si è partiti da Benessere organizzativo, passando per la Parità di genere, e dalla necessità per le aziende di ottenere una certificazione sulla parità, nel rispetto