Le richieste di congedo di paternità, in Italia, sono aumentate del triplo. Il papà del terzo millennio sta interpretando al meglio il ruolo genitoriale?

“U purtau u pani papà?” Recità così uno sketch tra Pippo Pattavina e Tuccio Musumeci in una scena memorabile del 1980 a teatro. “Lei c’è l’ha una sua sensibilità? Ecco, la usi.” Il pane, il primo alimento nutritivo in una famiglia, che non dovrebbe mai mancare in una tavola. Da sempre si è identificato il ruolo del padre, con il ruolo del capofamiglia, che porta il pane a casa. Più o meno metaforicamente all’uomo, al padre, è stato affibbiato il dovere di provvedere economicamente alla famiglia, alla prole. Alla madre il ruolo di cura dei figli e regina della casa. La ricorrenza di San Giuseppe, celebrata il 19 marzo, è un momento significativo nel calendario cattolico. Tuttavia, nel corso dei secoli, la figura del capofamiglia ha subito notevoli trasformazioni. Vediamo alcune tendenze attuali: Età della Paternità: Gli uomini italiani diventano padri sempre più tardi. Questo ritardo è dovuto a vari fattori, tra cui cambiamenti sociali, carriere e scelte personali. Congedo di Paternità: L’approccio al congedo di paternità sta cambiando. Sempre più padri prendono parte attiva nella cura dei figli, usufruendo dei congedi previsti per stare con la famiglia nei momenti cruciali. Responsabilità nella Cura dei Figli: Nonostante il cambiamento sociale più lento, gli uomini stanno assumendo crescenti responsabilità nella cura della prole. Questo è un passo importante verso una maggiore parità di genere nei ruoli familiari. Lungi da noi, in questa giornata di celebrazione, accendere polemiche sempre vive sulla disparità di genere. In una casa – soprattutto quando vi sono dei figli – ciascun genitore deve provvedere, secondo con le proprie possibilità a mandare avanti il progetto “famiglia”. La legge non fa distinzione tra uomo e donna nei confronti della famiglia e dei figli. Entrambi hanno uguali diritti e doveri. Non è una gara a chi fa di più e a chi fa meglio. E come incitava sulle scene l’attore Pattavina, occorre far emergere la sensibilità. Ebbene sì, anche gli uomini sono sensibili, bisogna riconoscerlo. Quanto è difficile oggi, nel 2024 essere padri? Qualche titolo sensazionalistico urla che nel 2024 i padri sono più “maturi” e impegnati nella cura dei figli. Secondo gli ultimi dati Istat, la media di anni a cui si diventa papà per la prima volta, nel nostro Paese, è di 35,8. La più alta d’Europa, pensando che in Francia si scende a 33,9 e in Germania a 33,2. Ma non solo: il 70% degli uomini italiani, più di 1 su 3, a 36 anni, non ha figli Il crescente desiderio di paternità è un sentimento che andrebbe sostenuto con adeguate politiche di welfare. Tuttavia, nonostante l’importanza di questo tema, non si sta facendo abbastanza per promuovere una più equa ripartizione delle responsabilità genitoriali. Nel nostro Paese persistono modelli di occupazione molto simili ai modelli statunitensi, in cui si trascorre moltissimo tempo in ufficio e nei luoghi di lavoro. L’Italia è uno dei paesi dell’Unione Europea in cui è più alto lo squilibrio tra congedi di maternità e congedi di paternità. Attualmente i congedi di paternità si attestano al livello minimo dei dieci giorni indicati dalla direttiva UE sulla conciliazione. Il congedo di paternità promuove la condivisione delle responsabilità genitoriali, affinché tutto il peso dell’accudimento dei figli non sia carico esclusivo della donna, e per consentire alla donna di non dover lasciare un’occupazione retribuita per svolgere il ruolo di madre a tempo pieno. Peraltro, senza negare le crescenti aspirazioni di realizzazione professionale, anche da parte delle donne, dove non si lavora in due, tirare avanti è maledettamente complicato. C’è proprio un cambiamento nelle famiglie, con le compagne e le mamme che desiderano compagni più coinvolti e partecipi, è in crescita anche il numero dei padri che desiderano “esserci” e stare con i figli. Dal 2013 ad oggi è triplicata la percentuale dei padri che accede al congedo di paternità, dal 20% si è passati al 62%, i dati nazionali però rivelano che al Sud la percentuale è più bassa. Mentre al Nord i papà che utilizzano il congedo ammonta al 70%, al Sud soltanto il 30% degli uomini si astiene dal lavoro per accudire il nascituro. Le richieste di congedo di paternità sono aumentate, dunque il papà del terzo millennio sta interpretando al meglio il ruolo genitoriale? Va da sé, che per chiedere il congedo parentale, occorre avere un contratto lavorativo. La crisi economica è ormai un male cronico per la Sicilia. Nonostante i tentativi delle istituzioni di creare condizioni di crescita e progresso, nonostante l’impegno e la forza di volontà degli imprenditori, non si riesce a trovare una strada che porti ad una reale svolta. Le statistiche Istat rivelano una percentuale di disoccupazione maschile in Sicilia del 14,4 %, per la fascia d’età che va dai 20 ai 64 anni e per una disoccupazione protratta oltre i 12 mesi, per l’anno 2023. La situazione già critica, si fa più drammatica quando questi padri si trovano nella condizione di separazione, alla ricerca di una nuova abitazione e annesse utenze e i contributi da versare mensilmente per gli alimenti dei figli. Se affiniamo l’indagine risulta che nel Mezzogiorno per l’anno 2022 erano 179 mila i genitori disoccupati per la fascia d’età tra i 25 e i 64 anni in tutta Italia e 173 mila i genitori che vivono in coppia, per la stessa fascia d’età e appena 30 mila i padri disoccupati con più di tre figli a carico. In sintesi, la figura del capofamiglia sta evolvendo, riflettendo i cambiamenti nella società e nelle aspettative di genitorialità. È fondamentale affrontare questa sfida e creare politiche che sostengano il desiderio di paternità e promuovano una maggiore parità di genere nei ruoli familiari. Solo così potremo garantire un futuro più equo e sostenibile per le famiglie italiane.

La riqualificazione del Parco Falcone parte dal basso

Catania – Oggi 17 marzo 2024, il Collettivo Pluralista Etneo si è dato appuntamento al Parco Falcone per una domenica di riqualificazione. Alle ore 12 inizierà il “Picnic artistico & creazione – Arte, musica, busking e tanto cibo”. Costruzione di nuove panchine e nuovi tavoli in vista della primavera, un modo anche per trascorrere insieme una domenica di sole, all’insegna dell’arte e del divertimento. “Rivendichiamo i nostri spazi e riprendiamoci la socialità dal basso. Contro l’incuria, il lucro e ogni sgombero, sì all’espressività condivisa, al confronto, e al gioco. Contro l’oppressione di una quotidianità alienante. Rispondiamo con partecipazione e autogestione.” Recita così l’invito a partecipare. Iniziative mirate a creare e sensibilizzare una coscienza collettiva verso tematiche importanti. L’associazione PF.SK8 nasce tre anni fa, inizialmente da un gruppo di giovani skaters che si incontravano al parco, successivamente si sono aggiunti studenti liceali e universitari. Lә ragazzә del parco Falcone si autofinanziano attraverso vendita di magliette o altri prodotti autorealizzati e quando il fondo cassa si esaurisce inizia la colletta. La cosa interessante è la spontaneità con la quale questa associazione giovanile si è venuta a creare, cercando soluzioni ad una situazione di degrado istituzionale ormai consolidata. “Per noi riqualificare un posto è un concetto che assume una particolare connotazione sociale, in una città nella quale regnano l’abbandono e l’incuria. Crediamo che gli spazi pubblici vadano immaginati e riadattati sulle necessità della gente, e che le iniziative sociali sporadiche siano ipocriti palliativi. Noi non vogliamo una città vetrina, pulita per le grandi occasioni, vogliamo una vita bella e una bella città nel quale viverla… Contro abbandono e incuria rispondiamo con partecipazione e autogestione, contro le ‘città vetrine’ per un mondo a dimensione di essere umano.” Una dimensione sociale che si riappropria degli spazi pubblici, un’alternativa concreta e sana con un dialogo aperto ai bisogni di chi vuole godere del parco Falcone, dove la motivazione è forte, partecipata e sempre più condivisa. La solidarietà attiva è uno strumento che non può essere delegato, avendo ricevuto risposte ostili al tentativo di cittadinanza partecipata, si è passati alla concretizzazione di un dialogo e di un confronto tra le esperienze di altre realtà associative, perché l’interesse comune è di riqualificare gli spazi pubblici, a prescindere dal fatto che li si viva personalmente. Se le istituzioni non ascoltano i giovani, saranno i giovani a farsi sentire. E più di tante parole e vane promesse contano i fatti.  Lә ragazzә del parco Falcone sono operativә e organizzatә, a dimostrazione che quando si è davvero proiettati al cambiamento a favore del bello, tutto diventa possibile, si può fare.

Leftover Challenge: il progetto Erasmus+ per combattere gli sprechi alimentari

Lo spreco alimentare affligge i Paesi europei con ripercussioni sull’ambiente, l’economia e il benessere delle persone. Enormi quantità di cibo rimangono ogni giorno inutilizzate e vengono gettate via. Le famiglie, le aziende e le istituzioni pertanto vanno coordinate e coinvolte. Solo con un impegno collettivo potremo sperare d’invertire il trend e costruire un futuro migliore in cui ogni alimento non vada sprecato, ma utilizzato in modo responsabile. Il progetto Leftover Challenge contro gli sprechi alimentari Il progetto Erasmus+ Leftover Challenge, di cui è partner la IPPO Engineering (ramo aziendale della IPPOCRATE AS), mira proprio a sensibilizzare i bambini sul tema dello spreco alimentare tramite un gioco educativo e un piano didattico per gli insegnanti. L’obiettivo principale è rendere i bambini delle scuole primarie consapevoli del problema. Come? Coinvolgendoli in attività ludiche che facciano comprendere loro le cause degli sprechi alimentari, per poi proporre soluzioni. Agli insegnanti, quindi, verranno forniti degli strumenti tecnico-pratici per includere il “gioco” nelle loro lezioni e stimolare così un dibattito sul tema. Tramite un approccio interdisciplinare si cercherà, infatti, di comprendere le cause degli sprechi alimentari nelle famiglie dei bambini e di risolverli. Kick-off meeting Il 22 febbraio 2024 la 8D Games BV ha ospitato presso la propria sede nei Paesi Bassi il primo meeting del consorzio a cui hanno partecipato la IPPO engineering (Italia), la 4a scuola primaria di Nafplio (Grecia), l’Università di Lubiana (Slovenia) e la scuola primaria CONIL (Romania). Obiettivi Il progetto mira ad una serie di obiettivi chiave: 1. realizzare un rapporto sulle best practice alimentari; 2. sviluppare un videogioco educativo (serious game) che guidi i bambini verso scelte consapevoli; 3. elaborare un piano didattico per le scuole in grado di promuovere l’apprendimento interdisciplinare e favorire la capacità di pensiero critico per un cambiamento comportamentale negli studenti; 4. scrivere un rapporto di ricerca sul fenomeno degli sprechi alimentari in famiglia, al fine di suggerire politiche e interventi a riguardo. Il progetto Leftover Challenge si propone, dunque, di raggiungere oltre ai bambini anche gli insegnanti e le famiglie, soggetti fondamentali nel processo educativo. Il progetto mira a creare un cambiamento culturale duraturo che riduca gli sprechi alimentari e valorizzi il cibo quale risorsa preziosa.

“Una madre non può avere tutto” – la riflessione amara di Lily Allen divenuta virale

“Le mie figlie hanno rovinato la mia carriera”. A dirlo è stata la cantante Lily Allen, durante un’intervista Podcast di Radio Times. Lo ha detto tra il serio e il faceto, ridendo, non con il tono di una dichiarazione solenne. Probabilmente non si sarebbe mai aspettata che quella frase diventasse virale. “Le adoro, mi completano, ma in termini di celebrità mi hanno rovinata. Del resto non si può avere tutto” – continua la cantante 38enne – aggiungendo che le donne devono scegliere se mettere al primo posto i propri figli o la carriera, tuttavia per lei questa “rovina” è stata una scelta conscia e felice, voluta per dare priorità alla famiglia anziché alla propria vita professionale. La riflessione amara sulla realtà lavorativa femminile è diventata virale: “Una madre non può avere tutto” risuona con forza in un contesto sociale, che pretende dalle donne che siano in grado di bilanciare senza fatica carriera e maternità. Lily Allen è stata per anni una pop star di livello internazionale. Nel 2011 la decisione di trasferirsi in campagna per dedicarsi alla famiglia, giacché lei stessa aveva sofferto dell’assenza dei genitori da bambina, impegnati com’erano nelle loro carriere e pure separati. A distanza di tempo, in occasione dell’intervista, ha tracciato un bilancio di questi ultimi anni dopo aver scelto di ritirarsi dal mondo della musica per fare la mamma a tempo pieno. Ma è davvero così? I figli rovinano la carriera di una donna? È possibile doversi trovare, ancora nel 2024 di fronte alla scelta costrittiva di una rinuncia? Strette tra l’incudine del Governo che chiede di incrementare la percentuale di natalità del Paese, l’esigenza economica di costruirsi una carriera per vivere e l’orologio biologico che ticchetta minaccioso, le donne lottano quotidianamente contro sensi di colpa e compiacimento. Alzi la mano chi non si è trovata a dover subire il processo: “Se volevi fare la donna in carriera, non facevi figli e famiglia” o ancora “Cos’è più importante la tua ambizione o il benessere di tuo figlio?”, non di rado sono le stesse donne che accusano altre di non essere all’altezza, facendole sentire inadeguate se non riescono a conciliare tutto, seguendo il comandamento motivazionale: Se vuoi puoi. È una violenza invisibile, subdola e difficile da riconoscere, ma è importante affrontarla e cercare di superarla. Forse lo scurrile titolo di uno dei successi musicali (“Fuck You” n.d.r.) di Lily Allen era indirizzato alla società pretenziosa, chissà. Le donne che sono riuscite a conciliare il ruolo di madre e quello di lavoratrice come hanno fatto? Vediamo insieme di capire perché ci si ritrova incastrate in etichette giudicanti e ristrette dalla società. La maternità e la carriera: Spesso si crede che le donne debbano scegliere tra la maternità e la carriera, ma la realtà è più complessa. Quando una donna diventa madre, la maternità diventa parte di lei, definendola e occupando uno spazio significativo, totalizzante. Tuttavia, l’amore per i figli non dovrebbe limitare la sua identità al solo al ruolo materno. È la società che spesso costringe le donne a fare questa scelta, escludendole dal potere. Inoltre, non sono solo i figli a influenzare la carriera di una donna; a volte, basta un marito. Un marito che non coopera, che non supporta le necessità di tutta la famiglia, o che egoisticamente si tiene alla larga dalle responsabilità. Paradossalmente alcuni uomini diventano “padre modello” soltanto dopo una separazione. Come scrive la collega giornalista Rita Querzè nel libro Donne e lavoro, serve una rivoluzione per azzerare le disparità, una rivoluzione da compiere donne e uomini insieme. La maternità e la carriera possono coesistere, ma richiedono un cambiamento di mentalità e un supporto adeguato. Da parte di tutti. Pensiamo agli asili nido: il nostro Paese può garantire solo 28 posti su 100 bambini, secondo l’indicatore utilizzato dall’Istat per quella che possiamo definire la «copertura» assicurata dai nidi alle famiglie – in primis, quelle con entrambi i genitori che lavorano. È fondamentale rimuovere le barriere che hanno tenuto a lungo le donne lontane da una discussione cruciale sul denaro e la disparità di remunerazione. Parlarne apertamente è un passo importante verso l’uguaglianza e l’autonomia finanziaria. Nonostante le speranze di un mondo più equo, la realtà è diversa. Molte donne italiane si trovano ancora nel tunnel della disuguaglianza, cercando di sfuggire a un destino pre-confezionato.  Alcune lottano, altre si rassegnano e appendono dei quadri per abbellire il tunnel dei disagi. La lotta per la parità di genere: Nel corso della storia, le donne sono state spesso confinate alla sfera domestica, mentre gli uomini si occupavano di azione e affermazione esterna. Questo pensiero, alimentato sin dai tempi di Aristotele, ha contribuito a perpetuare l’idea che le donne fossero inferiori e incapaci di occuparsi di politica, filosofia e cultura. Queste limitazioni hanno rallentato il processo verso la parità di genere. Tuttavia, oggi continuiamo a lottare per superare queste barriere e garantire un trattamento equo per tutti. In Italia, ancora una donna su quattro non possiede un conto corrente personale. Questi dati riflettono una situazione di disuguaglianza di genere. Inoltre, il tasso di occupazione femminile in Italia è del 55%, ben 14 punti indietro rispetto alla media europea. Questi numeri hanno un impatto significativo sul Pil e sull’intera collettività. È sempre più urgente, soprattutto per arginare il fenomeno della violenza contro le donne, affermare una nuova idea di carriera e un’organizzazione del lavoro che contempli la vita privata, e nell’applicazione di idee all’avanguardia, occorre che donne e uomini sappiano unirsi per un lavoro di squadra.

Giornata internazionale della Donna: cosa c’è da festeggiare?

Oggi 8 marzo 2024 come dal 1921, quando si è stabilita questa data come ricorrenza definitiva, si celebra la Giornata internazionale della Donna. In breve, vi spieghiamo da dove ha avuto origine questa ricorrenza. La prima significativa mobilitazione femminile si verificò l’8 marzo del 1914 in Germania, con l’obiettivo di ottenere il suffragio universale. Un altro evento importante si svolse nel 1917, quando le lavoratrici di Pietroburgo organizzarono una protesta per richiedere il ritorno dei soldati dal fronte e cibo. Nel 1921 le donne comuniste italiane istituirono la Giornata dell’8 marzo, che fu però proibita durante il ventennio fascista. Fu ristabilita nelle aree liberate già nel 1945 e a partire dal 1946, divenne una celebrazione nazionale in Italia, simbolizzata dal fiore della mimosa, un fiore diffuso e soprattutto disponibile gratuitamente in natura. Nel tempo questa ricorrenza ha assunto una valenza sempre più commerciale, qualche anno fa sembrava essere identificata come una serata di “libera uscita” in separate sedi di uomini e donne. Un “liberi tutti” che fortunatamente è in retro-tendenza, grazie ad una cultura di sensibilizzazione più diffusa. L’8 marzo non è una festa. Cosa c’è da festeggiare?!? L’8 marzo è una giornata di commemorazione, purtroppo. Una giornata per ricordare le donne che hanno lottato per la parità dei diritti, e le vittime della violenza di genere. Sono 24 le donne uccise da inizio 2024 ad oggi, nel 2023 sono state uccise 120 donne, 64 di queste vittime sono state ammazzate dal partner o da un ex. Negli ultimi 4 anni sono aumentate le violenze sessuali, come risulta dal report “8 marzo. Giornata internazionale dei diritti della donna. Donne vittime di violenza” realizzato dal Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale. I dati emergono dalle denunce raccolte, rappresentano dunque, soltanto un “affioramento di un sommerso” problema di dimensioni più ampie. Noi di Gaglioweb.it siamo andati alla Questura di Catania, per l’inaugurazione della “Stanza rosa”, uno spazio destinato a creare un ambiente protetto, che verrà utilizzato dalle Forze dell’Ordine per l’audizione di donne, minori e delle altre vittime che rientrano nell’ambito della violenza di genere e domestica. La “Stanza rosa” , realizzata secondo le linee guida contenute nelle convenzioni internazionali, è adibita per l’espletamento delle attività richieste dal cosiddetto “Codice rosso”, consente alla vittima di sentirsi accolta e rassicurata nel denunciare i fatti drammatici, grazie all’ambiente dagli arredi confortevoli. A Catania, riferisce alle telecamere il Questore Giuseppe Bellassai, nel corso dell’ultimo anno le segnalazioni per maltrattamenti in famiglia e atti persecutori sono state 1034, segno di una maggiore propensione a denunciare.

La Sala delle Donne inaugurazione al Palazzo della Cultura. Una mostra permanente realizzata dal gruppo Terziario Donna Confcommercio Catania

OGGI- Il gruppo Terziario Donna Confcommercio Catania conferma l’impegno a far vivere la Sala delle donne, accogliendo, l’8 marzo un nuovo ritratto dedicato a Marisa Leo, vittima di femminicidio. Il progetto “Sala delle Donne” prevede l’inaugurazione di sale dedicate “alle donne che hanno fatto l’Italia e per quelle che verranno” frutto del lavoro dei Gruppi Terziario Donna sul territorio italiano. La realizzazione delle sale nasce da una personale interpretazione delle linee guida del progetto e si concretizza in luoghi simbolo della vita cittadina, con l’importante collaborazione di Enti e professionisti del territorio. Il gruppo Terziario Donna Catania ha sposato questa iniziativa inaugurando la III “Sala delle Donne” in Italia presso il Palazzo della Cultura il 15 novembre 2019. Lo studio dei profili è stato affidato al Dipartimento di Economia e Impresa dell’Università di Catania, istituendo una commissione tecnico/scientifica presieduta dalla prof.ssa Veronica Benzo e dalla prof.ssa Sonia Giaccone, le quali hanno individuato dieci profili di donne che hanno contribuito significativamente “al progresso materiale e spirituale della società”. La realizzazione delle opere è stata affidata ad artisti di spicco della città di Catania ai quali è stato richiesto di interpretare, in base alla loro personale visione nonché tecnica illustrativa, i profili di queste Donne illustri. Anche l’Abadir, accademia del design e arti visive ha contribuito alla realizzazione delle opere selezionando i tre migliori studenti che hanno ritratto tre dei dieci profili esaminati, apportando alla mostra un giovane spirito di innovazione. “Il nostro progetto vuole dare merito a queste donne simbolo dell’arricchimento storico, spirituale, culturale e imprenditoriale catanese, ritraendole come icone moderne a cui ispirarsi. La nostra sala accoglierà un quadro dedicato a Marisa Leo, come simbolo di lotta contro ogni forma di violenza ma soprattutto con la libertà della quale ogni donna ha il diritto! – commenta la presidente Dott.ssa Matilde Cifali. Questa “sala” è luogo di esempi virtuosi, grandi donne con grandi visioni accomunate da storie di passione e dedizione”. PARTNER DI PROGETTO: Università di Catania, Abadir, City map, Yes Servizi Linguistici, Yeschool Patrocinio di: TD nazionale, Confcommercio Catania, Comune di Catania, Presidenza Camera dei deputati, Consigliera di parità. ELENCO DONNE E ARTISTI 1. Andreana Sardo; Artista: Lucia Scuderi 2. Carmelina Naselli; Artista: Francesca Franco 3. Clelia Adele Gloria; Artista: Monica Montesano (studentessa Abadir) 4. Peppa a Cannunera; Artista: Giuseppe Mazzaglia (Ceramica De Simone) 5. Giuseppina Grillo in Virlinzi; Artista: Sandra Virlinzi 6. Goliarda Sapienza; Artista: Alice Valenti 7. Mariella Lo Giudice; Artista: Gabriele D’Amico (Studente Abadir) 8. Sant’Agata; Artista: Tiziana La Piana 9. Virdimura; Artista: Ljubiza Mezzatesta 10. Dedica alla donna lavoratrice : opera dedicata a Palmira Finocchiaro in Bruno; Artista: Sarah Cesarotti (Studentessa Abadir) 11. Amalia Tomaselli; Artista:Gianluca Traina 12. Marisa Leo; Artista: Patrizia Andrè Terziario Donna Confcommercio Catania è l’organizzazione rappresentativa delle imprenditrici associate al sistema Confcommercio operanti nei settori del commercio, turismo, servizi e delle PMI

La Lupa e Il Berretto a sonagli: il Teatro Bellini al centro della scena mondiale

Catania- È in scena fino al 9 marzo, al Teatro Massimo Bellini il dittico “La Lupa / Il berretto a sonagli”. Le opere dirette da Davide Livermore, composte da Marco Tutino sono liberamente tratte dalle celebri opere di Giovanni Verga e Luigi Pirandello. “La Lupa” – opera letteraria di grande rilievo – scritta dall’illustre autore Giovanni Verga e resa disponibile al pubblico per la prima volta nel 1880, propone un ritratto femminile ribelle, una sfida alle convenzioni sociali. La novella è ambientata nella Sicilia del XIX secolo e racconta le vicissitudini di una famiglia di agricoltori indigenti e le loro relazioni con il mondo circostante. Il personaggio principale è una donna conosciuta come La Lupa. In ogni epoca, c’è sempre stata una donna che non ha paura di esprimere la sua sensualità e che viene stigmatizzata dalla società perché è libera, insolita, diversa. Lei, che si sentiva la vittima di quella tentazione amorosa e fisica per Nanni, è ossessionata al punto da spingersi a far sposare la figlia Mara con lui, pur di non perderlo. Anche Nanni viene risucchiato in questo turbinio, si trascina tra i tanti sensi di colpa, ma non riesce a liberarsi dalla tentazione della Lupa. Il gioco tra vittima e carnefice è un gioco al massacro. Vivono insieme nel “peccato” e nella follia. Forse solo la morte potrà liberarli. Il melodramma in un atto e due quadri edito da Sonzogno è tratto dalla novella di Giovanni Verga su libretto di Giuseppe Di Leva. Il tenore Sergio Escobar interpreta Nanni, innamorato di Maricchia, ma concupito dalla madre di lei, la Lupa. Lo stesso tenore interpreta anche Fifì La Bella nell’opera tratta da “Il Berretto a sonagli”. Fifì è il fratello minore di Beatrice (coniugata con Fiorìca), un viveur approfittatore ed egoista. Due personaggi contrastanti per una messa in scena che entrerà nella storia del Teatro Massimo Bellini. “Il Berretto a Sonagli” ha avuto la sua prima mondiale a Catania, il melodramma in un atto e due quadri tratto dalla commedia di Luigi Pirandello su libretto di Fabio Ceresa edito da Ricordi, è un’opera che denuncia il fenomeno mafioso, dove traspare il patto stato-mafia e la disparità di genere, portando alla luce importanti tematiche attuali. Queste rappresentazioni hanno segnato un passaggio dalla tradizione all’innovazione per il teatro musicale, toccando temi attuali come la violenza sulle donne. Oltre dieci minuti di applausi finali hanno suggellato il successo della prima mondiale dell’opera Il berretto a sonagli. Tuttavia, dobbiamo sollevare la questione su Ciampa, un personaggio che si distingue per la sua irriconoscibilità, che ha poco di mafioso, sia nell’aspetto che nei costumi di scena, nonostante l’eccezionale interpretazione di Alberto Gazale. Forse si è voluto giocare sul fatto che il diavolo non appare mai con mantello e forcone, e che seppur non appartenenti alla realtà mafiosa, molti atteggiamenti lo sono, così insiti nella cultura e talmente consolidati, che si fatica a riconoscerli. Questo Ciampa accetta con pazienza le infedeltà della moglie con il marito della protagonista, Beatrice Fiorica – interpretata egregiamente da Irina Lungu – che è l’unica a ribellarsi. Tuttavia, le sue coraggiose richieste di giustizia e denuncia vengono soffocate anche dai carabinieri. E giacché gli amanti fedifraghi sono stati arrestati in flagranza di reato, per salvare l’onore di Ciampa e di tutto il sistema coinvolto nella corruzione, si conviene che Beatrice si dichiari “pazza”. Il pubblico ha riconosciuto il talento della protagonista, e bisogna riconoscere che tutti gli interpreti hanno talento. Impeccabile l’orchestra, che magistralmente diretta da Fabrizio Carminati ha accompagnato l’opera lirica in scena. Anche le scenografie digitali mutevoli e suggestive, gestite dalla regia di Davide Livermore, sono state apprezzate. Le opere in scena al Bellini, liberamente tratte dai grandi Verga e Pirandello, hanno in comune l’elemento “Follia” e due donne diversamente pazze. La folle passione istiga e conduce alla morte i co-protagonisti de La Lupa; la follia dichiarata, come soluzione ultima di riparazione di Beatrice, ne “Il Berretto a Sonagli”. “Solo una pazza direbbe al mondo ciò che sto per dire: che Ciampa è il capo di questa ‘cosa vostra’” –  Beatrice Fiorica in uno dei momenti chiave che scandiscono la versione operistica – Una straordinaria intensità timbrica e armonica attraversa la partitura commissionata dall’ente lirico etneo a Marco Tutino. Una progettualità, quella delle nuove commissioni, che rientra tra le linee direttrici del Bellini, guidato dal sovrintendente Giovanni Cultrera di Montesano, che nel 2019 dichiarò: “Ho sempre considerato la musica – sottolinea Cultrera – come libertà e opportunità di scegliere la bellezza. Chi coglie questa libertà, chi coglie questa opportunità, usa il libero arbitrio e sceglie di andare a teatro per comprendere appieno il valore etico ed estetico della musica e dell’arte nella società. E proprio tramite tale opportunità e libertà invito tutti a sentirsi parte attiva dell’ente, partecipando alla ripartenza e al rilancio del Teatro Massimo Bellini”.

Misericordia. Favola teatrale scritta da Emma Dante. La solitudine delle donne?

Articolo di Anna Agata Mazzeo Quante volte ci è capitato di interrogarci sul significato di un’opera visitando una mostra o assistendo ad uno spettacolo? E quante volte abbiamo avuto il timore di domandarlo ad alta voce, per non essere giudicati? Trascuriamo spesso, che l’arte ha i suoi codici e per essere compresa deve prima essere studiata e allenata come qualsiasi linguaggio. La prima nozione da assimilare è che l’arte deve avere il tempo di sedimentare. Il primissimo e subitaneo giudizio è spesso intriso dei nostri ‘pregiudizi’ personali. Dopo qualche giorno dalla visione dell’opera possiamo rispondere con distacco e maggiore obiettività in merito alle impressioni su uno spettacolo. Noi di Gaglioweb.it abbiamo assistito allo spettacolo teatrale di Emma Dante, in programma dal 29 febbraio presso il Teatro Stabile Verga di Catania e in scena fino al 3 marzo 2024. Avete gradito lo spettacolo? Partiamo dal titolo: Misericordia lemma latino derivato dall’aggettivo misericors, composto dal tema di miserere aver pietà, e cor cuore. “Misericordia!” come generica esclamazione di stupore, timore o disappunto. Infine, misericordia fu anche il nome di un tipo di pugnale: lungo, stretto ed estremamente robusto, veniva usato alla fine delle battaglie per dare la morte a soldati e cavalieri agonizzanti, facendolo penetrare negli interstizi dell’armatura fino a toccare il cuore. Una misericordia terribile, estrema declinazione di quel soccorso compassionevole che vorremmo riuscisse sempre a salvare. Lo spettacolo scava all’interno di un ambiente domestico pieno di miseria, economica e morale. È il teatro sociale di Emma Dante, regista, attrice teatrale e drammaturga italiana, la cui produzione artistica spazia tra teatro e cinema, con alcuni temi ricorrenti nelle sue opere: la famiglia come microcosmo sociale, il contesto siciliano, il rapporto fra vita, morte e sesso, l’attenzione per le disuguaglianze sociali e di genere, la demistificazione del potere. La sua poetica, ispirata soprattutto al teatro di Kantor e alla precarietà dell’esistenza, è fondata su un’estetica essenziale, sulla corporeità degli attori, su “l’inclinazione all’estremo” (devozione e carnalità, violenza), sull’uso polifonico dei dialetti, sul paradosso e il rovesciamento, sul “Teatro della Crudeltà” di Antonin Artaud, dove per crudeltà non intendeva sadismo, o causare dolore, ma pura catarsi. Per poter giungere a ciò, si deve ricorrere a tutto ciò che possa disturbare la sensibilità dello spettatore, provocando in lui una sensazione acuta di disagio interiore, che gli faccia vivere con agitazione tutta la rappresentazione. Tre donne sferruzzano compulsivamente una maglia, come Penelope in attesa di Ulisse, attendono la notte per offrire i loro corpi ai passanti. Tra loro un ragazzetto menomato dalla nascita: Arturo. Arturo viene vestito con un abito dismesso da Anna, un ‘vestito per casa’, o uno straccio per svincolare il personaggio dal genere binario e assimilarlo alla mera innocenza? Arturo è Simone Zimbelli, ballerino che interpreta abilmente l’ipercinetica e la stereotipia di un bambino che ha subito violenza nel grembo materno. La madre Lucia è morta dandolo alla luce, vittima di percosse ricevute dal cliente che l’aveva ingravidata e che ogni giovedì le faceva visita. Il malaugurato e violento genitore è soprannominato Geppetto, in quanto proprietario di una segheria. Arturo povera creatura, innocente aspetta ogni sera la banda del paese, sognando di suonare la grancassa, non pronuncia una parola, non sta fermo neanche quando dorme, non c’è ninna nanna che lo quieti, è un burattino senza fili, rimbalzato da una madre all’altra. Dal dedalo di gesti sconnessi, atteggiamenti, oggetti lanciati nell’aria, da evoluzioni e giravolte che invadono l’intero spazio scenico, si sprigiona il senso di un nuovo linguaggio fisico basato su segni e non più su parole, soltanto in chiusura l’enunciazione di quel: Ma’ come atto fonetico indice del legame primitivo, indissolubile memoria di una madre la cui vita è stata troncata. Le prostitute, madri adottive per forzata solidarietà alla defunta Lucia, lo accudiscono alla meglio, tra l’angusto spazio di un monovano lercio e pieno di immondizia. Quella ‘munnizza’ democratica che pervade ogni cosa, e di cui è impossibile disfarsi. Il ritmo è uno degli elementi centrali dei lavori di Emma Dante, la musica, i suoni i gesti ossessivi le danze compulsive di Arturo incontrollabili persino allo stesso ballerino, trasferiscono l’istinto e l’animalità umana. Come per Artaud era necessario perdere pudore e vergogne per scendere agli inferi della coscienza, così improvvisamente le donne si denudano liberandosi in una danza tribale dai crudi riferimenti sessuali. Salentino, campano, palermitano, i dialetti come atlante di sentimenti popolari sfilano sommessi o urlanti sulle bocche delle tre fate. Dai loro sfoghi gli spettatori acquisiscono la difficile quotidianità di chi fa fatica a sopravvivere, la scaltrezza e la vergogna di esser ladre l’una della roba dell’altra, come il gatto e la volpe Anna e Nuzza, come un grillo parlante Bettina, in una guerra tra poveri che litigano ai cassonetti e/o per una fetta di prosciutto, si lamentano continuamente del freddo, della fame e del loro stato esistenziale, litigano, pensano di separarsi, ma alla fine restano l’una dipendente dall’altra. Ed è proprio attraverso i loro discorsi, che emerge il nonsenso della vita umana. Il riferimento alla favola di “Pinocchio” attraverso la musica e i gesti sconnessi di Arturo, svela nell’opera l’intento del racconto iniziatico di Carlo Collodi. Già il nome Pinocchio consiste in un’allusione alla ghiandola pineale, ovvero quella che potremmo definire la manifestazione fisica del “terzo occhio”: pin-occhio è infatti l’occhio-pineale. Un pezzo di legno, un burattino per l’appunto, a cui viene insufflata un’anima e prende vita, ma che con varie prove iniziatiche riuscirà alla fine a diventare un “bambino vero”, allegoria di trasformazione del sé verso l’illuminazione. Un’altra metafora della vita e del teatro, se vogliamo è nella prostituzione. Nei corpi oggetti che pur di sopravvivere son costrette a dare, per poter ricevere. Nella scena finale lo spettatore si trova di fronte ad un burattino che è divenuto bambino, che si abbiglia da solo, siede in una seggiola e diviene uno spettatore; le madri scandiscono l’attesa di un Godot attraverso la preparazione della valigia. Ogni oggetto è un ricordo d’infanzia, è un’emozione da coccolare, all’improvviso la durezza della fatica di allevare quel figlio di tutte si trasforma in solidale tenerezza e percezione di un sofferto distacco, a favore di una vita migliore, della banda che lo adotti,

EDUCAZIONE PARITARIA: Quando la Parità di Genere è cultura del rispetto

Professoressa Graziella Priulla - corso formativo Parità di genere

Articolo di Anna Agata Mazzeo CATANIA- Si è tenuto ieri presso il Circolo Didattico Statale “Mario Rapisardi”, il corso di formazione- informazione “Per un’educazione paritaria”. Il corso rivolto ai genitori ha visto come relatrice la professoressa Graziella Priulla, già docente di Sociologia presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Catania. La Dirigente scolastica professoressa Katia Perna, in ottemperanza alla Direttiva del Ministero dell’Istruzione e del Merito del 24/11/2023 n. 83, comunica con una circolare che sta realizzando un percorso educativo volto alla cultura del rispetto, all’educazione alle relazioni, al contrasto della violenza maschile sulle donne ed in particolare a rendere alunni e alunne consapevoli, attenti/e e informati/e sul tema della violenza di genere e dei meccanismi culturali che la generano e la alimentano. Lo scopo è quello di fornire a genitori ed insegnanti, strumenti critici per riconoscere stereotipi e pregiudizi e decostruirli offrendo loro spunti di riflessione, affinché siano maggiormente consapevoli dei messaggi e dei ruoli di genere che vengono trasmessi ai bambini e alle bambine. Il primo stereotipo presentato dalla docente Priulla, è il termine “sesso debole”, una perifrasi usata per indicare il genere femminile, lo stereotipo che già era presente con Aristotele, che considerava le donne inferiori perché sprovviste di organo genitale prominente, una manchevolezza quella cavità tra le gambe che ha comportato millenni di dolore e sofferenza. Nel saggio Il secondo sesso, pubblicato in Italia nel 1961, Simone De Beauvoir scrittrice e filosofa francese scrive: La donna? È semplicissimo- dice chi ama le formule semplici: è una matrice, un’ovaia, una femmina, ciò basta a definirla. In bocca all’uomo, la parola “femmina” suona come un insulto; eppure l’uomo non si vergogna della propria animalità, anzi è orgoglioso se si dice di lui: È un maschio! La professoressa Graziella Priulla, al pari della saggista francese di stampo femminista, ha presentato un excursus di luoghi comuni, stereotipi di genere, iniziando dall’aspetto biologico dei due sessi, per passare alla narrazione differente della società. Insito nelle parole matrimonio e patrimonio il destino per cui venivano ‘addestrati’: la donna a divenire madre, accudente della vita e dell’uomo; l’uomo a divenire amministratore dei beni ereditati, lavoratore che viene retribuito. Attraverso l’ausilio di slide, la professoressa ha fatto notare come sin dalla nascita, con il corredino distinto per colore in base al sesso, ogni altro prodotto per qualsiasi settore merceologico, per tutte le età evolutive dei generi, sia commercializzato in duplice packaging, sebbene la funzionalità sia identica. Non solo la religione, la politica, ma tutta la comunicazione e il marketing sono stati improntati su una differenza biologica che si è tradotta in discriminazione di diritti, gender gap, abusi e soprusi per secoli. La scelta condizionata sui giochi che si offrono ai bambini (giochi di ingegno e costruzione) e alle bambine (bambolotti e barbie), inducono a proiettare l’infante verso un futuro professionale diametralmente opposto e ben distinto: indirizzo scientifico per i maschi, indirizzo umanistico o infermieristico, se non l’esclusivo accudimento della prole per le femmine. Problemi di autostima, di identità e consapevolezza di sé le conseguenze di una narrazione oggettivante, che ha imposto canoni di bellezza e aspettative sociali come carico, al già complesso ruolo della donna. Giudicata “isterica” se non compiacente, “pazza” se ribelle, portate al rogo le “streghe” che desideravano il potere del controllo da sempre prerogativa maschile. Le pubblicità sessiste, che non smettono di oggettivare il corpo delle donne, i titoli dei giornali, il fenomeno del femminicidio sono tutti elementi indicativi di una società che nella sottomissione della donna e la disparità dei diritti ha perpetrato discriminazione, sofferenza e atroci delitti. “Si è sempre fatto così”, “Non ci avevo mai pensato” sono gli alibi per continuare a tramandare stereotipi e non adottare un pensiero critico di decostruzione di un imprinting che ha procurato danni al 52% della popolazione globale. Una partecipazione attenta quella dimostrata dai genitori, che in linea alla strategia di alleanza tra scuola e famiglie sono intervenuti anche al dibattito conclusivo. Madri, padri e docenti coinvolti nelle stesse azioni formative ed educative, con la consapevolezza che occuparsi di educazione e orientamento di genere significa riflettere e lavorare insieme per comprendere come siano presenti nella cultura diffusa, ma anche dentro ciascuna e ciascuno, pregiudizi e stereotipi legati alle differenze di genere e di ruolo tra femmine e maschi, e ancora come questi si tramandino da una generazione all’altra. Occorre sviluppare una sensibilità, uno sguardo critico che consenta una cultura fatta di rispetto reciproco dei generi, per un dialogo più equilibrato e una relazione armonica tra i sessi, il corso formativo voluto dalla professoressa Katia Perna è stato un buon punto di partenza da ripetere ed emulare.

Feminism7: torna la forza costruttiva dell’editoria delle donne a Roma. Amore proprietario e violenza di genere tra i focus della VII edizione

Dal 1 al 4 marzo alla Casa internazionale delle Donne a via della Lungara 19 si avvicenderanno più di 70 autrici tra focus, dialoghi e presentazioni. Grande attesa per il focus su Roma con la presenza di Sabrina Alfonsi dal titolo Ripensare un habitat comune. Sulle orme di Mariella Gramaglia. Un’intera sessione mattutina sarà dedicata al tema della violenza di genere, con la partecipazione della Fondazione Una nessuna Centomila e di #UNITE, l’azione letteraria collettiva partita da Giulia Caminito e Annalisa Camilli a cui hanno sinora aderito più di 100 scrittrici italiane attraverso articoli di denuncia di un fenomeno drammatico ma ancora difficilmente misurabile. Roma, 14 febbraio 2024 – Case editrici, autrici, giornaliste e un’imperdibile quattro giorni di femminismo e dialoghi. Torna l’appuntamento con Feminism, Fiera dell’editoria delle donne nel quartiere Trastevere di Roma. Tante le novità di quest’anno, dalle dediche alle pensatrici del Novecento, a cominciare dall’indimenticabile Bianca Maria Pomeranzi a pochi mesi dalla sua scomparsa, oltre al consueto coinvolgimento delle scuole. Letteratura e attualità saranno come sempre le protagoniste di questa edizione, che darà spazio a dibattiti dialogici, presentazioni, poesia. Il tema scelto per Feminism7 è Abitare le relazioni: corpi, città e ambiente, a riassumere i focus rappresentativi di quest’anno: cambiare le rappresentazioni dei corpi e rivoluzionare i paradigmi culturali del passato, ripensare Roma come città globale, accogliente e inclusiva cosicché possa fare da esempio e apripista ad altre smart cities italiane, e ancora la giustizia ecologica, le migrazioni climatiche, la violenza di genere, le carceri, il fantastico. La staffetta della letteratura delle donne, fondata da una manciata di donne lungimiranti – Anna Maria Crispino, Giovanna Olivieri, Maria Palazzesi, Stefania Vulterini, Maria Vittoria Vittori – è giunta alla sua VII edizione e quest’anno comprenderà una giornata dedicata a “Elsa e le altre”, un confronto sulle scrittrici che ci hanno rimesso al mondo e continuano a farlo con le nuove generazioni. Promossa da Archivia, dalla Casa Internazionale delle donne, dalla rivista Leggendaria e dalla Collana sessismoerazzismo di Ediesse Futura editrice, la manifestazione ha il sostegno di ADEI- Associazione degli editori indipendenti, della SIL- Società delle letterate italiane, del Consorzio Lingua Madre e promuove la collaborazione del Centro Giovani I Municipio e dell’associazione culturale Zalib e per la prima volta quest’anno coinvolge ragazze e ragazzi dei collettivi studenteschi capitolini. Come ogni anno al Feminism si incontreranno i femminismi di ieri e di oggi. Tantissime le voci che si alterneranno nelle sale dell’antico e suggestivo complesso del Buon Pastore, tra loro la scrittrice Giulia Caminito, Premio Campiello con il romanzo “L’acqua del lago non è mai dolce” (Bompiani), e la giornalista di Internazionale Annalisa Camilli, madrine dell’iniziativa #UNITE, l’azione letteraria collettiva nata dal femminicidio di Giulia Cecchettin per denunciare e nominare la violenza, per tenere alta l’attenzione sulla questione e per rappresentare con parole esatte tutte le declinazioni della violenza di genere che troppo spesso si cela dietro un’interpretazione stereotipata, limitante e deviata del lemma amore. Feminism7 mira a rovesciare questa narrazione, nel segno della libertà di tutte le Donne.