
Articolo di Anna Agata Mazzeo
Quante volte ci è capitato di interrogarci sul significato di un’opera visitando una mostra o assistendo ad uno spettacolo? E quante volte abbiamo avuto il timore di domandarlo ad alta voce, per non essere giudicati?
Trascuriamo spesso, che l’arte ha i suoi codici e per essere compresa deve prima essere studiata e allenata come qualsiasi linguaggio. La prima nozione da assimilare è che l’arte deve avere il tempo di sedimentare. Il primissimo e subitaneo giudizio è spesso intriso dei nostri ‘pregiudizi’ personali.
Dopo qualche giorno dalla visione dell’opera possiamo rispondere con distacco e maggiore obiettività in merito alle impressioni su uno spettacolo.
Noi di Gaglioweb.it abbiamo assistito allo spettacolo teatrale di Emma Dante, in programma dal 29 febbraio presso il Teatro Stabile Verga di Catania e in scena fino al 3 marzo 2024.
Avete gradito lo spettacolo?
Partiamo dal titolo: Misericordia lemma latino derivato dall’aggettivo misericors, composto dal tema di miserere aver pietà, e cor cuore.
“Misericordia!” come generica esclamazione di stupore, timore o disappunto.
Infine, misericordia fu anche il nome di un tipo di pugnale: lungo, stretto ed estremamente robusto, veniva usato alla fine delle battaglie per dare la morte a soldati e cavalieri agonizzanti, facendolo penetrare negli interstizi dell’armatura fino a toccare il cuore. Una misericordia terribile, estrema declinazione di quel soccorso compassionevole che vorremmo riuscisse sempre a salvare.
Lo spettacolo scava all’interno di un ambiente domestico pieno di miseria, economica e morale. È il teatro sociale di Emma Dante, regista, attrice teatrale e drammaturga italiana, la cui produzione artistica spazia tra teatro e cinema, con alcuni temi ricorrenti nelle sue opere: la famiglia come microcosmo sociale, il contesto siciliano, il rapporto fra vita, morte e sesso, l’attenzione per le disuguaglianze sociali e di genere, la demistificazione del potere.
La sua poetica, ispirata soprattutto al teatro di Kantor e alla precarietà dell’esistenza, è fondata su un’estetica essenziale, sulla corporeità degli attori, su “l’inclinazione all’estremo” (devozione e carnalità, violenza), sull’uso polifonico dei dialetti, sul paradosso e il rovesciamento, sul “Teatro della Crudeltà” di Antonin Artaud, dove per crudeltà non intendeva sadismo, o causare dolore, ma pura catarsi. Per poter giungere a ciò, si deve ricorrere a tutto ciò che possa disturbare la sensibilità dello spettatore, provocando in lui una sensazione acuta di disagio interiore, che gli faccia vivere con agitazione tutta la rappresentazione.
Tre donne sferruzzano compulsivamente una maglia, come Penelope in attesa di Ulisse, attendono la notte per offrire i loro corpi ai passanti. Tra loro un ragazzetto menomato dalla nascita: Arturo.
Arturo viene vestito con un abito dismesso da Anna, un ‘vestito per casa’, o uno straccio per svincolare il personaggio dal genere binario e assimilarlo alla mera innocenza?
Arturo è Simone Zimbelli, ballerino che interpreta abilmente l’ipercinetica e la stereotipia di un bambino che ha subito violenza nel grembo materno. La madre Lucia è morta dandolo alla luce, vittima di percosse ricevute dal cliente che l’aveva ingravidata e che ogni giovedì le faceva visita.
Il malaugurato e violento genitore è soprannominato Geppetto, in quanto proprietario di una segheria.
Arturo povera creatura, innocente aspetta ogni sera la banda del paese, sognando di suonare la grancassa, non pronuncia una parola, non sta fermo neanche quando dorme, non c’è ninna nanna che lo quieti, è un burattino senza fili, rimbalzato da una madre all’altra.
Dal dedalo di gesti sconnessi, atteggiamenti, oggetti lanciati nell’aria, da evoluzioni e giravolte che invadono l’intero spazio scenico, si sprigiona il senso di un nuovo linguaggio fisico basato su segni e non più su parole, soltanto in chiusura l’enunciazione di quel: Ma’ come atto fonetico indice del legame primitivo, indissolubile memoria di una madre la cui vita è stata troncata.
Le prostitute, madri adottive per forzata solidarietà alla defunta Lucia, lo accudiscono alla meglio, tra l’angusto spazio di un monovano lercio e pieno di immondizia. Quella ‘munnizza’ democratica che pervade ogni cosa, e di cui è impossibile disfarsi.
Il ritmo è uno degli elementi centrali dei lavori di Emma Dante, la musica, i suoni i gesti ossessivi le danze compulsive di Arturo incontrollabili persino allo stesso ballerino, trasferiscono l’istinto e l’animalità umana. Come per Artaud era necessario perdere pudore e vergogne per scendere agli inferi della coscienza, così improvvisamente le donne si denudano liberandosi in una danza tribale dai crudi riferimenti sessuali.

Salentino, campano, palermitano, i dialetti come atlante di sentimenti popolari sfilano sommessi o urlanti sulle bocche delle tre fate. Dai loro sfoghi gli spettatori acquisiscono la difficile quotidianità di chi fa fatica a sopravvivere, la scaltrezza e la vergogna di esser ladre l’una della roba dell’altra, come il gatto e la volpe Anna e Nuzza, come un grillo parlante Bettina, in una guerra tra poveri che litigano ai cassonetti e/o per una fetta di prosciutto, si lamentano continuamente del freddo, della fame e del loro stato esistenziale, litigano, pensano di separarsi, ma alla fine restano l’una dipendente dall’altra. Ed è proprio attraverso i loro discorsi, che emerge il nonsenso della vita umana.
Il riferimento alla favola di “Pinocchio” attraverso la musica e i gesti sconnessi di Arturo, svela nell’opera l’intento del racconto iniziatico di Carlo Collodi. Già il nome Pinocchio consiste in un’allusione alla ghiandola pineale, ovvero quella che potremmo definire la manifestazione fisica del “terzo occhio”: pin-occhio è infatti l’occhio-pineale.
Un pezzo di legno, un burattino per l’appunto, a cui viene insufflata un’anima e prende vita, ma che con varie prove iniziatiche riuscirà alla fine a diventare un “bambino vero”, allegoria di trasformazione del sé verso l’illuminazione.
Un’altra metafora della vita e del teatro, se vogliamo è nella prostituzione. Nei corpi oggetti che pur di sopravvivere son costrette a dare, per poter ricevere.
Nella scena finale lo spettatore si trova di fronte ad un burattino che è divenuto bambino, che si abbiglia da solo, siede in una seggiola e diviene uno spettatore; le madri scandiscono l’attesa di un Godot attraverso la preparazione della valigia. Ogni oggetto è un ricordo d’infanzia, è un’emozione da coccolare, all’improvviso la durezza della fatica di allevare quel figlio di tutte si trasforma in solidale tenerezza e percezione di un sofferto distacco, a favore di una vita migliore, della banda che lo adotti, che lo accolga in una stanza con una finestra da cui penetrano i raggi di sole. Ma la banda resta nell’immaginario, come Godot non appare mai sulla scena, e nulla si sa sul suo conto.
Resta un dubbio: l’insistente squillo di un telefonino tra le prime file, era un escamotage per abbattere la quarta parete? O soltanto la sordida dimenticanza di uno spettatore di malacreanza?
Una struggente storia di separazione e di amore materno è il cuore di questo atto unico, caratterizzato da un’interpretazione poetica della disabilità attraverso l’interpretazione del danzatore Simone Zambelli e il ritmo incalzante della recitazione dialettale delle attrici in scena, Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco e Leonarda Saffi.
Lo spettacolo, co-produzione tra il Piccolo Teatro di Milano, Teatro d’Europa, Teatro Biondo di Palermo, Atto Unico/Compagnia Sud Costa Occidentale, viene insignito del Premio 2020 dell’Associazione nazionale Critici di Teatro per “un congegno teatrale perfetto per densità concettuale e sguardo pietoso sulle fragilità umane”; vale inoltre il Premio Ubu 2020-21 come miglior attrice a Manuela Lo Sicco.
Il 16 novembre 2023 è uscito nelle sale cinematografiche Misericordia – il film di Emma Dante, che è altra cosa rispetto all’opera teatrale da lei scritta e diretta, merita dunque la visione.


