{E adesso andate via, voglio restare solo} = #STRINGHE.16

{E adesso andate via, voglio restare solo} = #STRINGHE.16

All’Arechi il Catania impatta sulla Salernitana: scordiamoci il 1° posto. Il parere di Rosario Savoca per #STRINGHE Questa la mia personale analisi in 10 punti di SALERNITANA 0-0 CATANIA, 29ª giornata del girone C di Serie C. Salernitana-Catania finisce 0-0: il Benevento esulta e vede la B 1. LUCIDITÀ. Premessa: bisogna saper scindere la valutazione della partita singola in sé dallo stato d’animo legato alla situazione complessiva derivante dal risultato. Quindi ammettiamo subito che vedere i ragazzi scendere in campo con questa verve lontano dal Massimino è stato ammirevole. Un gran bel primo tempo disputato con lo spirito giusto da un gruppo partito con l’intento di far bottino pieno nel doppio impegno in Campania. 2. SPRECONE. Toscano mi sorprende scegliendo dal 1′ Alex Rolfini, visto che di solito i miei desideri di formazione non collimano esattamente con le sue decisioni. In effetti il numero 9 si muove bene sin dai primi minuti, tentando con dinamismo di allontanare il robusto Matino dalla sua comfort zone. Ma il gol quando arriverà? La fascia destra, e nello specifico Casasola, gli apparecchia alla perfezione l’occasione per segnare e lui manca il tap-in a pochi metri dalla linea di porta. Il digiuno si allunga. Assurdo. 3. BRUTTO VIZIO. Riprendo un punto già trattato in passato. Che senso ha avuto spendere una card per l’episodio con protagonisti proprio Casasola e Matino, quando era evidente dal monitor che non ci fosse fallo? La chiamata all’FVS del direttore di gara – che, tra parentesi, aveva ben approcciato il match – ha contribuito a spezzare l’intensità messa in campo dal Catania. Bisognerebbe cavalcare l’onda, invece di abbassarne la cresta. 4. SERIE… B. Altro che girone C di Serie C, il palinsesto del 29° turno ha offerto alle 14:30 una partita old Italian style tra due nobili decadute del calcio meridionale. Un livello di qualità e tecnica che pareva non avesse nulla da invidiare al campionato di Serie B. Davvero gradevole vedere giocare i ragazzi in questo modo. Considerando il solo 2026, per chances prodotte (3 tiri in porta a 0), propositività espressa in possesso e attenzione difensiva, la prima frazione è stata la migliore disputata dal Catania lontano dalla Sicilia. 5. PRO E CONTRO. È anche vero che il punteggio finale non ha soddisfatto. Elemento che provocherà sapete cosa? Probabile che il “risultatista” Toscano non riproporrà più una prestazione così divertente per il pubblico. Immagino già la riflessione del tipo: “Avete visto? Andare a Salerno con la voglia di tenere il pallino del gioco e imporre un credo diverso dal solito non ha pagato”. E questo è un grosso peccato, perché a lungo andare una strategia tattica così spavalda ti consentirebbe di creare un’identità vincente. 6. ERRORACCI. Ne sottolineo due, abbastanza palesi. Il primo al 35′ di Michele D’Auslio, il quale in ombra per un’abbondante mezz’ora calcia addosso al portiere quando finalmente si sveglia. Dopo questa prestazione insufficiente, alla miglior pedina delle recenti settimane sarà necessario un reset in vista del Benevento. Il secondo, invece, è commesso dal signor Edoardo Manedo Mazzoni, reo sul finale di primo tempo di non aver concesso alla squadra di casa la regola del vantaggio dopo un fallo subìto a metà campo. Catania molto fortunato in questo caso perché la retroguardia era avanzata in avanscoperta, liberando ampi spazi per le scorribande avversarie verso Dini. 7. FOCUS DIFESA. E invece Dini resta anche oggi inoperoso, grazie all’apporto del trio Pieraccini-Miceli-Allegretto. Ottime le prestazioni di tutti e tre, chiamati a duelli tutt’altro che banali contro, rispettivamente, Achik, Lescano e Molina. Devo dire la verità: non si è avvertita l’assenza di Celli, relegato in panchina per via di un affaticamento muscolare procurato in allenamento. Mi sembra opportuno evidenziarlo, dato che il mancino ex Ternana è diventato una colonna della nostra squadra, mostratasi scricchiolante le poche volte che ha dovuto rinunciare al numero 3. 8. REPLAY. Nella ripresa il Catania resta voglioso, ma meno vivace; al contrario, la Salernitana si accende a intermittenza beneficiando dei cambi di Serse Cosmi che smuove i suoi dal torpore dei primi 45 minuti. Stavolta le sostituzioni di Toscano faticano a ingranare, i guantoni di Donnarumma fanno la loro parte e di mezzo si mette anche un po’ di sfortuna a negare una vittoria che sarebbe stata meritata. Il trend purtroppo si ripete e diventa diabolico. Da dicembre in poi, in sei partite esterne il Catania ha vinto soltanto contro il Monopoli, pareggiando con Potenza, Foggia, Siracusa e Salernitana, addirittura perdendo contro il Sorrento. La media trasferta di 1.35 punti a partita è soltanto la quinta del girone C alle spalle di Benevento, Salernitana, Audace Cerignola e Monopoli. Stride se messa a confronto con quella casalinga da 2.73 e spiega il principale problema stagionale. 9. BANDIERA BIANCA. Appigliatevi pure alle ultime speranze, liberissimi di farlo. Io invece mollo la presa. La capolista – nonché prossima avversaria di giovedì sera – ha vinto ancora, 0-1 a Potenza, e raggiunto quota 67 punti, +7 rispetto agli etnei. Si può battere il Benevento, accorciare a -2 qualora il Trapani venisse escluso dal campionato e pregare che la compagine di Floro Flores inciampi altrove. Secondo me non lo meriti più. Non meriti più di toccare la vetta se continui a gettare via un’occasione dopo l’altra, se mantieni un così basso ritmo in trasferta, se non hai risolto i difetti presenti ormai da mesi, se non hai messo in discussione la guida tecnica quando era necessario. Dopo l’ultima sconfitta, i primatisti hanno infilato 12 successi su 14. Mi dispiace, ma dovremmo già settarci per gli ennesimi play-off post stagionali. 10. PERDERE L’AMORE. Correva l’anno 1988 quando Massimo Ranieri saliva sul gradino più alto del podio del 38° Festival di Sanremo. Mai come adesso il malinconico incipit del suo brano – “E adesso andate via, voglio restare solo” – rispecchia l’odierno sentiment. Una frase che attribuisco a me stesso, inflitto dal vuoto più totale che avverto alla sola sensazione di dover nuovamente immergerci nella lurida palude dei play-off di Serie C. E perché no? A tutti i tifosi rossazzurri che di fronte alla classifica, osservano

Festival di Sanremo 2026: Sal da Vinci trionfa nella 76a edizione.

In un’edizione segnata da equilibrio e colpi di scena, il 76° Festival della Canzone Italiana ha incoronato Sal Da Vinci vincitore assoluto sul palco. Il cantautore napoletano si è imposto con il brano , una ballata intensa che ha saputo coniugare classicità melodica e sensibilità contemporanea, convincendo pubblico e giurie in una finale rimasta incerta fino all’ultimo voto. La proclamazione, avvenuta in diretta su , ha suggellato cinque serate di grande partecipazione popolare e ascolti rilevanti. L’Ariston, gremito in ogni ordine di posto, ha accompagnato l’annuncio con un lungo applauso, mentre l’artista, visibilmente emozionato, ha affidato alla sobrietà delle parole il peso di un successo atteso da una carriera lunga e coerente. Una vittoria costruita sera dopo sera Fin dall’esordio, Per sempre sì si è distinta per un impianto orchestrale solido e per un’interpretazione misurata ma intensa. Lontano da effetti scenici eclatanti, Sal Da Vinci ha scelto la centralità della voce e del testo, riportando al centro del Festival la forza della canzone nella sua essenzialità. Il sistema di votazione — che ha integrato televoto, sala stampa e giuria radiofonica — ha progressivamente premiato la costanza del brano, cresciuto nell’indice di gradimento fino alla consacrazione finale. Un risultato che testimonia la capacità dell’artista di dialogare con pubblici differenti, unendo generazioni attraverso un linguaggio musicale immediato ma non scontato. Il valore simbolico del trionfo La vittoria al Festival di rappresenta per Sal Da Vinci non soltanto un riconoscimento competitivo, ma un passaggio emblematico nella sua traiettoria artistica. Da interprete legato alla grande tradizione melodica partenopea a protagonista del palcoscenico nazionale, il cantautore consolida una cifra stilistica fondata su autenticità e coerenza. In un contesto musicale spesso orientato alla sperimentazione e all’ibridazione dei generi, il successo di Per sempre sì riafferma il valore della melodia e della scrittura sentimentale come elementi centrali dell’identità musicale italiana. Con questa affermazione, il nome di Sal Da Vinci entra nell’albo d’oro del Festival, confermando ancora una volta come il palco dell’Ariston rimanga il luogo in cui la tradizione può rinnovarsi e, talvolta, sorprendere.