Calcio, calcio e ancora calcio… ma cos’è il calcio?

Tutti ne parlano, tanti ne scrivono, alcuni lo spiegano, pochi lo capiscono. Ma cos’è realmente il calcio? Mi chiamo Rosario e mi presento spesso come un appassionato – che dico appassionato, sfegatato – di calcio. Un interesse sbocciato in tenera età, intensificato durante l’adolescenza, alimentato in giovinezza. Ma non sto qui a parlare del sottoscritto, bensì di calcio. “Tema trito e ritrito” direte ragionevolmente. In effetti come biasimarvi, visto quante persone ormai prendono la licenza di trattarlo. Me compreso – sia chiaro – che ho deciso di farlo nella maniera meno retorica e ridondante possibile. E allora via, spazio alle parole. Cos’è il calcio? Chiedo. Una domanda forse banale, ma sottovalutata; sicuramente presa poco in considerazione perché ritenerlo semplicemente “lo sport più popolare del mondo” risulta senza dubbio riduttivo. Neanche affidarsi alle definizioni dei dizionari è sufficiente per scoprirlo. Bisognerebbe, dunque, spingersi oltre il mero concetto per approfondire la questione, proprio come tenterò di fare passando in rassegna innumerevoli sfaccettature di calcio. Il rimbalzo, la familiarità col contatto, la conoscenza del piede preferito, l’esplorazione delle distanze. La gelosia, lo spintone, la caduta, le ginocchia sbucciate, il dolore, il pianto. La condivisione, il sorriso, la gioia sul volto, il pugnetto e il cenno d’intesa al compagno. È questo il calcio per un bambino. Poi si cresce. Gli scarpini, il borsone, il giovedì sera, la calzamaglia, il sintetico, lo sfottò, il panino. La coda, il tornello, la sciarpa, il fumo, la bomboletta, lo striscione, il coro. Il club, il processo del lunedì, l’over tiri in porta, la lavagna tattica, il pagellone. Si evolve in età adulta. C’è del mestiere, quante professioni, raccolta, numeri, dati, statistiche, replay, mappe di calore, grafici. Comunicazione e poi radio, tv, giornale, notifiche, podcast, community, filmografia. Diventa informazione. Senza dimenticare lo stress, l’ansia da prestazione, la pressione mediatica, il rimorso e la voglia di riscatto. La disperazione e la rassegnazione, ma anche il grido di gioia, la lacrima e l’abbraccio sfrenato. Perché no? Sentimento puro. La connessione tra parenti e individui del tutto estranei, l’inclusività, la contaminazione. L’influenza, la trasmissione, la riconoscibilità in ogni latitudine del pianeta. È un fattore sociale, si direbbe culturale. Il rischio, il pericolo, la fatica, la fuga dal male, l’abbandono di casa, la ricerca di un appiglio, un’avventura. La corsa verso nuovi orizzonti di vita, una prospettiva migliore, il destino, l’ancora di salvezza, l’obiettivo da raggiungere. Un sogno celato nei meandri dell’animo umano. Insomma, arrivando al punto, nel calcio si parla di moduli, di mentalità, di tecnica, di spogliatoio e di tattica. Si elogia, si critica, si opina, si giudica. Si osserva, si appunta, si registra, si riporta e si analizza. Ma in realtà il calcio nasce per intrattenere, scherzare, integrare, ridere, divertire, socializzare, diffondere affetto, volersi bene, amare. È questo il significato da cui deriva l’invito conclusivo, verso i più disparati angoli dell’universo, a intendere il calcio proprio come veicolo di aggregazione, pace, beatitudine, eterogeneità e al contempo unione; evitando di sfociare invece in prassi irregolari, distanti dal suo fine ultimo e controproducenti per le civiltà. A cura di Rosario Savoca
